p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 30 Ottobre 2020

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Ci accorgiamo subito quando una persona ci parla e ci parla con una parola viva, non imparaticcia. Che efficacia vuoi che abbia una predica letta e scopiazzata qua e là. Una predica che dice che alla Parola ti avvicini solo perché devi dire qualcosa agli altri e non perché la Parola è un dono per te. Che efficacia vuoi che abbia la parola di quei venditori di fumo, che fanno corsi su corsi per imparare come comunicare alle persone. Ma appena si avvicinano senti tutta la falsità che sottostà a quelle cose imparate e mandate a memoria per infinocchiare il prossimo così che possa comprare quanto gli propini? Una società basata sulla falsità della parola, su di una parola morta, non può che portare morte. Può magari soddisfare il bisogno di visibilità e di apparenza per dare da bere che un dato prodotto ti rende felice, ma siccome le bugie hanno le gambe corte, quel prodotto finisce la sua efficacia di felicità ancor prima di cominciare.

Quando una parola è viva ce ne accorgiamo subito perché ci fa rizzare i peli della schiena, ci prende tutto, alleggerisce talmente tanto il nostro respiro che quasi ci dimentichiamo di respirare, ci prende talmente dentro che le nostre gambe vanno in fibrillazione. Se una parola è viva ci dona vita, se è morta ci lascia più mezzi morti di prima. Una parola viva ci vede mezzi morti sul ciglio della strada e si fa prendere dalla compassione e dalla vicinanza; una parola morta ci vede mezzo morti sul ciglio della strada e passa oltre, attraversa la strada e fa finta di nulla. Una parola viva è umile e comprensiva, una parola morta ha bisogno di inorgoglirsi e di svalutare il prossimo.

Il vangelo di Luca, nel capitolo 14, è tutta una tensione tra impossibilità e necessità di salvezza e di vita. In questo capitolo viviamo l’ultimo sabato dell’attività di Gesù. È il momento in cui la parola morta dei suoi nemici è ridotta al silenzio: stanno accovacciati in attesa del sabato in cui Gesù sarà ridotto al silenzio sul legno della croce.

Il vangelo di quest’oggi è un invito velato a mangiare il Pane di vita che è la Parola viva. Ci troviamo in casa di uno dei capi dei farisei di sabato per pranzare, per mangiare pane. È il banchetto della misericordia aperto a tutti coloro che si riconoscono peccatori. Se mangiare significa vivere, mangiare di sabato significa partecipare alla vita di Dio. È il chicco che preso e gettato per terra diventa albero che accoglie tutti, anche i giusti! È lievito che preso e nascosto è diventato pane offerto a tutti, anche ai giusti!

Sappiamo che la porta per entrare è però stretta: non è facile entrare al banchetto sabbatico per questa porta. Noi non ce la facciamo, per quanto pensiamo di accumulare meriti e di guadagnarci il paradiso, la porta rimane troppo stretta per noi. Eppure la sala deve essere riempita. L’idropico, il malato di idropisia, è troppo grosso per potervi entrare. L’idropico è figura del capo dei farisei, gonfio dei propri meriti. Un gonfiore che trasforma in gonfiore di morte tutte le cose buone che prende. Per questo deve essere guarito e deve essere guarito in giorno di sabato, se vogliamo che vi sia speranza di comprendere che la Legge non salva nessuno.

Ritorna in modo prepotente la gratuità del dono del Regno, mai guadagnato da uomo vivente. Nessuno può guadagnarlo, perché semplicemente può essere solo donato, a tutti. Semplicemente la vita del Regno ci è offerta su di un piatto dove viene servito il vitello grasso per la festa del figlio ritrovato e il Pane di vita che è realtà di Dio Incarnato. La guarigione dalla nostra idropisia è necessaria per divenire capaci di accogliere questo dono.

Gesù di sabato ha aperto la mano chiusa perché potesse ricevere il suo dono; ha raddrizzato la donna curva perchè potesse da risorta ritornare a dialogare con il Padre della vita; ora sgonfia il fariseo confesso, perché riesca a passare attraverso la porta stretta del banchetto.

È il Signore della vita che per la ricchezza della sua misericordia, dona a tutti quella salvezza a tutti impossibile. L’umiltà di noi tutti è premessa per accogliere tale dono. L’umiltà è lo sgonfiamento dalla nostra idropisia, dal lievito dei farisei. Così possiamo ritornare a vivere una vita vera perché filiale e fraterna, che coinvolge il nostro rapporto con noi stessi, con le cose, con gli avvenimenti, con gli altri, con il Padre.

Tutto è dono e perdono, da ricevere e donare in riconoscenza e amore.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli 
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