p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 29 Febbraio 2020

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… e “Gesù vide un pubblicano!”.

Il profeta Isaia, al capitolo 58, 9, ci dice:  

“Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”.

Protagonista del nostro essere figli di Dio è lo sguardo. Lo sguardo di Gesù vede ciò che noi normalmente non vediamo, preoccupati come siamo, di cercare giustificazioni accusatorie alle nostre malvagità. Lo sguardo di Gesù vede un affamato e gli dà da mangiare, non sta a filosofeggiare se è pubblicano o giusto, se è dei nostri o degli altri. Anzi, siccome vede la fame dello straniero dice che è venuto per loro, non per noi italiani anche se abbiamo il Papa in casa.

Il suo sguardo si posa su Levi mentre è seduto al banco delle imposte. Lo sguardo di Gesù penetra Levi e lo attira, fino ad indurlo a lasciare tutto per una vita nuova, anche se non conosciuta. Lo sguardo chiama e chiama con forza e con libertà allo stesso tempo. Pensiamo quanto tempo passiamo noi a guardare il male dell’altro e a volere obbligarlo a fare qualcosa che abbiamo in testa noi. Gesù a Levi dice: Seguimi! Con un se vuoi che scoppia e saltella di gioia in mezzo a loro.

Il pubblicano collaborazionista dei romani è guardato da Gesù, con uno sguardo che vede oltre, vede la sua umanità, vede al di là della sua professione, vede al di là delle sue ruberie e dei suoi peccati, vede al di là delle sue angherie. Gesù vede e non punta il dito, non parla male di Levi: vede un cuore afflitto e affamato e lo sazia con il suo sguardo e la sua voce. Vede oltre, vede l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio.

Lo sguardo, “lo sguardo di Gesù non è qualcosa di magico: Gesù non era specialista di ipnosi. Gesù guarda ognuno, e ognuno si sentiva guardato da lui, come se Gesù ne dicesse il nome. E questo sguardo cambiava la vita a tutti”, ci ricorda Papa Francesco.

Il nostro di sguardo è invece troppo spesso corto, incapace di riconoscere in profondità le persone che incontriamo, incapace di trovare la perla preziosa nel campo del cuore del prossimo. Ci fermiamo al già noto e, per questo, abbiamo occhi che non vedono. Agli occhi di Gesù Levi non è Levi ma Matteo, uno che neanche Levi conosceva. Levi non è un condannato, un finito, uno straniero, uno da sfruttare o da usare. Gesù lo chiama e la sua vita di prima, lasciatala, diventa premessa di un lasciare per ritornare leggero a camminare. Gesù chiama Levi a diventare Matteo distogliendo il suo sguardo dall’idolo del denaro e del possesso. Chiede a lui di cambiare la direzione del suo sguardo: dai soldi alle persone. Levi decide: non si oppone, si lascia guardare e si lascia toccare nel cuore assetato dall’amore dello sguardo che non punta il dito. Si alza e si mette in cammino: un incontro di sguardi vero, cambia la vita, è il caso di affermarlo.    

A noi, questo sguardo accogliente di Gesù, dà fastidio, non lo sopportiamo, soprattutto se rivolto a chi noi veramente conosciamo. A noi, farisei dell’oggi, la solidarietà coi peccatori e gli emarginati non va bene. Non ci va bene che si ritrovino in tanti a mangiare da Levi: tutta sta gentaglia che ne approfitta dei soldi che quel tanghero ladrone di Levi ha sottratto alle nostre tasche grazie alle tasse che i romani ci impongono, per fare festa e gozzovigliare. Oltretutto in mezzo a loro c’è anche il Papa, roba da matti. Gesù mangia e noi puntiamo il dito, lui guarda in profondità e noi lo accusiamo di essere un ingenuo, Lui chiama sto disgraziato e noi alziamo la voce contro questo scandalo, Lui viene a noi su di un barcone e noi gli diciamo che non ha le carte in regola. Diciamocelo con sincerità: l’accoglienza indiscriminata di Gesù non è cosa sopportabile, questo suo stile ci fa problema.

Eppure Gesù non si ferma, non è Lui che scandalizza, siamo noi che ci scandalizziamo. Lui, semplicemente, non è venuto per i sani ma per i malati, cioè io. Non per i giusti ma per i peccatori. Ma sarebbe così semplice la cosa, se Gesù non si intestardisse a guardare con subdola mania oltre il visibile e l’apparenza! Ma questo è l’amore del Padre nostro: non ci ama se siamo bravi, ci ama! Ci ama senza condizioni. Il suo amore non dipende dal merito, è gratuito. È questione di sguardi. Sguardi che ci chiedono di imparare a guardare come Lui guarda. Dio Madre è nell’immagine di chi guarda con tenerezza particolare pubblicani e peccatori. Uno sguardo convinto e convincente, uno sguardo che non si ferma e che cammina e che diventa invito a riprendere il cammino alzandoci dal banco delle imposte, dalle nostre false sicurezze, riprendendo il cammino. Uno sguardo che cancella le distanze: del Messia non ha bisogno chi si pensa giusto.

Fonte


Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano.
Dal Vangelo secondo Luca Lc 5, 27-32 In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano». Parola del Signore