p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 28 Aprile 2019 – Gv 20, 19-31

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Mi ha sempre stupito vedere la grande partecipazione che noi cristiani diamo alla processione per le vie del paese o della città, il venerdì santo. Processioni con statue, processioni col Cristo morto. Al mio paese pur con un percorso lungo, mentre i primi ritornavano in piazza della chiesa, gli ultimi stavano ancora partendo. Allo stesso tempo mi ha sempre stupito vedere le chiese vuote alla veglia pasquale la sera del sabato santo.

Noi sentiamo più vicina alla nostra esperienza la sofferenza e la morte di Cristo, piuttosto che la sua vita e la sua risurrezione. È cosa naturale, in fondo. La sofferenza e la morte la consociamo e a volte, vediamo i talebani di ogni religione e razza, diventa per noi un passaggio catartico. Naturalmente parliamo soprattutto della morte degli altri. Ma ciò che conosciamo, ciò che sperimentiamo, ciò che vediamo, non è fede. La sofferenza e la morte sono dati di fede, sono dati di vita. Non abbiamo bisogno di crederli, semplicemente li sentiamo e li conosciamo.

La fede è qualcosa che va oltre: ha le sue radici nel conosciuto ma ritrova la sua luce nell’inconosciuto. La fede parte dal nostro quotidiano e lì si radica, ma trova la sua luce nella vita e, ancor meglio, nella vita di resurrezione. Tale fede nella resurrezione non è una fuga in avanti, non è un dimenticare i nostri problemi, non è chiudere gli occhi sulle violenze di ogni genere e tipo. Tale fede che ha le sue radici nella sofferenza e nella morte del venerdì santo, trova senso nella domenica di Pasqua, nell’esperienza della risurrezione.

Cogliere l’importanza di questo aspetto significa cogliere la vita in modo nuovo e più vero. Non siamo chiamati, alla luce della Pasqua, a chiudere gli occhi sulle sofferenze e sui nostri errori e peccati. Alla luce della Pasqua siamo chiamati a vedere in modo nuovo sofferenze e sbagli. Non vogliamo dimenticare nulla, vogliamo, alla luce della risurrezione, fare esperienza di perdono.

I discepoli sono mandati nel mondo non a scegliere chi perdonare e chi no, ma a portare perdono. Tommaso, con le sue richieste di vedere e di toccare le ferite di Gesù, ci ricorda che il perdono non è cosa astratta, non è cosa che si dà a chi è degno di riceverlo, non è negazione del male. Il perdono è ricordare il male, riportare al cuore il male, baciando questo stesso male guardato non più con occhi condannatori, quanto invece con sguardo benevolo. Tommaso ricorda ai suoi soci che solo baciando il nostro passato, il nostro venerdì santo, le nostre ferite, noi ci apriamo al dono della vita di resurrezione nel perdono.

Baciare le nostre ferite e non dimenticarle; baciare le nostre ferite e non farle diventare la fine di tutto; baciare le nostre ferite per sperimentare la liberazione dai nostri sensi di colpa per potere vivere una coscienza libera che vede il male commesso ma ha il coraggio del passo di fede della risurrezione che si concretizza nel ritornare a credere in noi stessi come dono del Risorto.

Non crogiolarsi nel proprio passato, nelle proprie ferite, nei propri drammi, magari con terapie infinite che vivono solo di dipendenza dal passato senza mai adire ad una liberazione del passato. Le continue analisi senza mai il perdono di esse e il bacio su di esse, sono cose dispendiose e inutili che ci inchiodano al nostro passato, che non ci donano libertà, che chiudono le porte sul venerdì santo uccidendo la nostra fede che ci spinge al giorno di Pasqua. Basta con l’attaccamento morboso alle nostre ferite, al percuotersi il petto per le vie piene di processioni che sanno di spettacolo non certo di fede. Smettiamola di credere che i nostri dolori servono per placare un Dio bastardo e non certo Padre. Basta con il bisogno morboso di credere che il male venga da Dio come castigo per noi innocenti.

È tempo di fede, è tempo di resurrezione, è tempo di ritornare a credere in noi stessi non tanto perché siamo bravi o più bravi, roba infantile. È tempo di ritornare ad amare noi stessi perché nella risurrezione emerge solo l’amore che il Padre ha per noi. Se non giungiamo a questo vana è la nostra fede. L’incredulità di Tommaso è cosa sana e profondamente umana che può spalancare le porte a quella fede che ancora ci sfugge di mano perché troppo attaccati ai nostri mali resi pervasivi o negati, poco importa, sempre legati al male siamo.

Allora la resurrezione è esperienza di liberazione e di libertà per noi e per i fratelli. Finalmente liberi di lasciarci amare dal Padre, non dimenticando i nostri padri non sempre tali, ma non fissando la nostra vita su eventuali errori del passato a cui vogliamo dare la colpa e dietro i quali nascondiamo la nostra vita, la nostra responsabilità che utilizziamo per uccidere la nostra e altrui libertà.

Commento a cura di p. Giovanni Nicoli.

Fonte – Scuola Apostolica Sacro Cuore

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Otto giorni dopo venne Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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