p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 25 Febbraio 2020

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… e noi passiamo il nostro tempo a discutere per evitare di comprendere. Facciamo delle grandi teorie su ciò che è meglio, per dimenticare ciò che è bene. Facciamo delle grandi analisi esegetiche sui testi per non doverci fare coinvolgere e non dovere suonare lo spartito che quella pagina mi offre e mi propone.  E la musica non sale più. La musica rimane scritta ma non allieta le nostre vite e non cadenza la danza del nostro cammino. Continuiamo a discutere su chi ha ragione e ci dimentichiamo chi, dietro questa ragione o torto, continua a soffrire e a morire. Noi continuiamo a cercare le vie del successo che siano le più risparmiose e le più efficienti, che diano dei risultati così che non dobbiamo vivere semplicemente per abbracciare un bambino. Stiamo arrivando alla follia e continuiamo a chiamarla progresso perché se il mercato non funziona noi non abbiamo più alcun valore.

Gesù dice ma i discepoli non comprendono. Gesù si consegna e loro discutono su chi è il più grande. Gesù serve e loro voltano la faccia dall’altra parte, camminano in senso opposto. Gesù parla di croce e loro non capiscono – come sarà possibile (?) ci chiediamo noi (?) – ma i discepoli non chiedono nulla. Non capiscono ma non vogliono capire; hanno paura a chiedere perché, molto probabilmente, hanno intuito cosa Gesù vuole dire ma la ritengono una cosa che non ha senso.

Come si fa a credere, cercando di sollevare la nostra testa al di sopra del buon senso comune, che la via per vivere non è quella dell’affermazione di sé per emergere sugli altri ma quella della salvezza sottomettendosi a loro? La via stretta e angusta del servizio come alveo nel quale può scorrere la comunione e la fraternità?

Gesù sta lontano dalle folle, Gesù si nasconde, Gesù non vuole che alcuno sappia che sta attraversando la Galilea. I discepoli lo seguono, mettono i loro piedi dietro ai suoi, ma i loro pensieri volano da tutt’altra parte, i loro cuori sono presi da ben altri discorsi: discutevano fra loro chi fosse il più grande.

I discepoli non pongono domande sul segreto bello e buono del servizio, perchè loro evitavano anche le domande pur di non correre il rischio di comprendere quanto Gesù diceva e, soprattutto, quanto Gesù stava facendo. Non serve fare domande perché noi sappiamo cosa dobbiamo fare per prevalere schiacciando l’altro.

Abbiamo troppo bisogno di misurare noi stessi e il prossimo per capire chi è il più bravo e il più intelligente. Questo non è un criterio del Regno. Il criterio del Regno è la pazzia dove la cosa più bella e più importante è potere abbracciare un bimbo e metterlo in mezzo alla nostra vita. Tutto ciò che uccide questa bellezza, compreso il dover lavorare, è cosa disumana. Noi continuiamo a crederla cosa importate e centrale per la nostra vita e ci disumanizziamo sempre più. Quasi quasi evitiamo di avere dei bimbi fra i piedi perché sono un impedimento per la nostra carriera e non capiamo più nulla, perché il segreto della vita del Regno è potere abbracciare un bimbo, poterlo mettere al centro della nostra attenzione.

Un bimbo mi chiede di liberarmi da me stesso, dalle mie ragioni, dalle mie paturnie, dal mio modo di usare la vita per ottenere posti e posizioni: un bimbo mi chiede attenzione e centralità. Ma a noi questo non va bene perché noi vogliamo continuare a fare i bimbi che sono al centro dell’attenzione, che hanno ragione, che fanno i capricci quando non riusciamo a sottomettere gli altri a noi grazie ad una mossa politica o attraverso un affare di guadagno dove ciò che importa è l’affare, non fa nulla se questo affare è reso possibile dalla crisi dell’altro e dal fallimento del prossimo. Tale fallimento noi lo chiamiamo occasione e non ne vediamo il dramma per tanti che lo soffrono.

Farsi ultimi, in fondo, altro non è che farsi umani che abbandonano il superfluo che continuiamo a fare diventare essenziale, per ritornare all’essenziale: l’essenziale non è essere primi ma essere servi della vita. L’adulto è colui che si dona non colui che prende. Il bambino come il più importante del Regno, chiede a noi adulti almeno a parole, di diventare adulti in pratica, mettendo il bimbo al centro e abbracciandolo come futuro della vita. Servendo il bimbo noi parliamo di Dio Padre; abbracciandolo noi accogliamo Gesù e la sua croce. Non abbiamo più bisogno di chiacchiere vuote e fuorvianti: viviamo la contemplazione del sorriso e del pianto di quel bimbo, questo diventa l’unica cosa importante della vita. Anche senza messa abbiamo la messa in casa: il bimbo da abbracciare e da servire con gioia, con passione.

Fonte


Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.
Dal Vangelo secondo Marco Mc 9, 30-37 In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Parola del Signore