p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 25 Dicembre 2020

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“Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”.

L’attesa di nascite, grazie a grembi ricolmi e di sconfinamenti alla luce di bimbi, è il nostro vero dono, la nostra chiamata. Anche Gesù, che era luce, è stato messo alla luce dopo avere abitato nove mesi di tenebra. E ci furono delle mani, quella notte che erano ciò che Dio aveva chiesto per potere nascere. Mani che fasciano e depongono in una mangiatoia: ma mani! L’affidamento a delle mani per non morire in un grembo. Esci affidandoti, non confidando in un programma. Grazie ad un atto di fiducia noi usciamo da un grembo. Un atto di fiducia nella vita data dall’umido degli occhi di ogni bambino.

Il calcolo che alberga le nostre menti e le nostre giornate è un atto di sfiducia e di diffidenza che è apertura alla non vita. Il calcolo è negazione di ogni confidarsi: ci muoviamo se vi sono delle condizioni: è la sicurezza fonte di tristezza e di spegnimento. Muoversi solo se abbiamo una garanzia in mano è la morte di ogni vita. Il fidarsi dona vita e fa crescere, fin da piccoli, ancor più da grandi. Se non c’è spazio alla fiducia non c’è possibilità di alcun rischio, di una lacrima parlante di ogni bambino.

Nascita, con la N maiuscola o meno, è dono al mistero della fragilità. Su di un mistero di fragilità si chinarono nella notte Maria e Giuseppe. Così, chini ad adorare una vita che è soffio in pochi palmi di mani, le tue mani.

La fragilità è mistero che abita ogni nascita di cucciolo di uomo. Il Natale non serve a nulla. La nostra incredulità alla fragilità manifesta la nostra miseria.

Il Natale ci mostra una fragilità umana sposata da Dio, una fragilità che Dio ha scelto per visitare la sua terra: l’ingresso nel segno della debolezza e della fragilità è segno che fa stupire gli occhi, rimanendo a bocca aperta.

Nella fragilità degli umani, nella sua nascita, Dio dona l’appuntamento. Cercare Lui, come da sempre, da altre parti nel segno di modelli vincenti, è segno di modelli disumani di perfezione. Ma questo è perdita dell’appuntamento dove l’umanità si manifesta nella debolezza e nella fragilità.

Non vergognartene: Dio l’ha sposata, sposata per sempre, proprio quella/questa notte. Tutta la vita, tutta la Sua vita, è un chinarsi sul mistero della fragilità. Lui ha dato un appuntamento nella fragilità della carne di un neonato. Non cercare altrove: questo è l’appuntamento col Padre. Guardalo: non occorre altro per amarlo.

Ogni essere umano, grazie a Dio, è da onorare nella sua fragilità e debolezza, da amare nudo, per come è, soffio del vivente in una fragile tenda di carne.

Questa è cosa sacra per ogni creatura che chiede di custodire una luce negli occhi. La Nascita, le nascite raccontano, ogni volta che accadono, questo mistero di una fragilità d’amare, di cui prendersi cura, da custodire.

Là dove siamo soliti immaginare il colmo della tenerezza per la fragilità della carne di un bimbo, possiamo vedere la violenza di mani che uccidono anziché accudire e coccolare. Tutti coloro che vengono uccisi per potere far fuori Gesù, il Figlio di Dio. Chi lo fa è gente che fino a ieri sembrava insospettabile, uomini e donne, madri e padri. Come si fa a giungere a questo? Come si fa a parlare la notte del Natale, dell’Incarnazione? È solo segno di ferocia? O è devastazione dell’animo? È stanchezza? Disperazione? Fatica di vivere? Cose insopportabili al nostro animo?

Come si fa a vivere, nel mistero del Natale, accanto a persone che portano dentro il peso di fatiche inenarrabili senza che ci sfiori il più piccolo dei presentimenti? Siamo più spinti, anche dal Natale, a fare declamazioni sulla famiglia, aggiungendo richiamo a richiamo. Il Natale è una chiamata a lasciare il segno di una stagione dove ci si sfiora ma non ci si guarda negli occhi. Sembra che non si voglia leggere la piega della sofferenza che segna un volto: non si vuole misurare la fatica di una madre e di un padre. Sembra siamo più portati a mostrarci gente indifferente come una via di salvezza dall’essere gente insospettabile. Ci pesa e ci piace, perché ricercato, più l’essere muro come via di falsa salvezza per non dovere giustificare un cuore agghiacciato.

La Nascita, come tutte le nascite, ci indica una strada. I cuori si aprono e si raccontano se ti fai vicino: vero dono del Natale, del Padre che si fa vicino a noi grazie al bimbo Gesù.

La chiamata è chiara: non cedere alla tentazione di vivere un volto estraneo, lontano. La chiamata del Natale è chiamata ad una vicinanza. La Nascita, nella notte delle notti, racconta la vicinanza di un Dio che ha sposato la nostra fragilità. Una vicinanza che solleva.

Creare vicinanza è un invito buono, profumo di pane nei nostri giorni inquieti. Non sempre, quasi mai, ci sarà dato di togliere dalle spalle dell’altro il peso della vita. Forse neppure Gesù riuscì tanto. Non sempre poté miracoli, ma sempre raccontò con i suoi occhi vicinanza. Anche quando i suoi erano occhi di un bimbo bagnati da una lacrima.

Ora tocca a noi raccontarla: con i nostri occhi.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli FONTE SITO WEB CANALE YOUTUBE FACEBOOKINSTAGRAM

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