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p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 22 Marzo 2019 – Mt 21, 33-43.45

Molte sono le tematiche che ritroviamo nel brano del vangelo odierno, noi ci soffermeremo in particolare sul tema dell’eredità. Quell’eredità che tanto ci solletica il palato, quell’eredità, che allo stesso tempo, non sappiamo accogliere e gustare.

L’eredità, di per sé, non parte da alcun merito da parte di chi la riceve: è dono. È un dono che a volte è boccone amaro e avvelenato. Questo avviene anche e soprattutto quando, chi dona l’eredità, è molto attaccato ad essa e non la molla fino a che non deve. L’eredità sarebbe cosa bella se fosse donata prima che il proprietario muoia e se non fosse un boccone amaro perché i figli, approfittandone, buttino fuori di casa chi ha donato loro la sua eredità prima del tempo.

Ebbene l’eredità che è stata donata a noi, umanità che abitiamo questa terra, è cosa bella se vissuta come dono, diventa problematica nel momento in cui noi vogliamo che diventi proprietà.

Ma in cosa consiste questa eredità? Proviamo a chiedercelo! L’eredità è la volontà del Padre che ha piantato la vigna della riconciliazione su questa terra. Se noi vogliamo rapinare i frutti di tale vigna noi uccidiamo il nostro essere figli prima e fratelli poi. Noi, quando ci crediamo i proprietari di questa terra, non accettiamo che il Padre faccia sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, faccia piovere l’acqua della sua grazia sui giusti e sugli ingiusti. Quando la volontà del Padre diventa nostra proprietà, noi diveniamo farisei, gente che giudica gli altri indegni e se stessi come degni. Annulliamo in tal modo la degnità della nostra eredità perché uccidiamo la fratellanza in nome di un fariseismo che dice che solo noi siamo degni di essere proprietari di tale eredità, dunque di essere figli.

In fondo, più o meno coscienti poco importa, noi mettiamo in atto, nel volere l’eredità, delle azioni che sono finalizzate alla morte del Padre e del fratello. Vogliamo possedere ciò che ci è donato. Non accettiamo di conseguenza che quei malvagi, che sono gli altri, possano continuare a ricevere acqua e sole su di loro, negando in pratica la volontà del Padre. Questa è causa di violenza nella storia di ogni uomo, violenza che spesso diventa anche violenza religiosa. Per salvaguardare la nostra identità noi giustifichiamo l’uccisione del fratello o la negazione che lui abbia diritto di vivere e di avere la sua parte di eredità. L’appropriazione del dono è distruzione del dono. Non è più donato, è mio, Tu Dio cosa c’entri con me! Manda pure i tuoi messaggeri e i tuoi profeti, manda pure tuo Figlio, noi gli neghiamo il diritto di chiedere i frutti della condivisione del sole e della pioggia, per questo li e Lo uccidiamo. Disturba la nostra vita, disturba la nostra religione, disturba la nostra proprietà.

Così il nostro idolo diventa la proprietà, negazione di ogni dono e dunque di ogni Paternità di Dio. Siccome tutto è dono, noi il mondo e Dio, tutto è travolto dalle fauci di questa morte dove la grazia, vale a dire la vita del Padre, è negata.

L’eredità, il tesoro, è lo Spirito di amore del Padre e del Figlio. Quando noi ci appropriamo dell’amore, noi lo uccidiamo e lo distruggiamo. Siccome tutto è dono e amore, noi giungiamo passo dopo passo a distruggere il mondo stesso.

L’unica cosa rivoluzionaria che emerge da questa storia è il fatto che quando noi otteniamo l’eredità uccidendo il Figlio, a noi che togliamo la vita Lui dona la vita donando la sua vita. In questo modo, solo in questo modo, il bene trionfa di ogni male!

Vogliamo veramente l’eredità del Padre? Diventiamo figli fratelli del Figlio, donando la nostra vita: così saremo eredi e porteremo frutto. Anziché uccidere, scegliamo di donare morendo.

Così Gesù, pietra scartata dai costruttori, è diventa testata d’angolo. Questo è il vero potere: morire e risorgere per i fratelli. La croce, stoltezza e debolezza per i ciechi sapienti e potenti, è sapienza e potenza di Dio che salva l’uomo, distruggendo i suoi deliri di morte. A noi scegliere di appoggiarci su Gesù testata d’angolo, anziché sul nulla delle nostre proprietà che uccidono l’essere figli e fratelli, vanificando ogni dono e lasciandoci con un pugno di mosche in mano. Alla nostra morte perderemo tutto, prima della morte possiamo donare tutto.

Commento a cura di p. Giovanni Nicoli.

Fonte – Scuola Apostolica Sacro Cuore

Vangelo del giorno:

Mt 21, 33-43.45
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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