p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 21 Agosto 2020

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Strana cosa l’amore: tutti la desideriamo, ma così poco capaci siamo a viverlo e a donarlo che…

L’amore, che è ritenuto la base di ogni sviluppo umano e sociale, personale e comunitario, riceve poca attenzione nella formazione. Incontriamo corsi di ogni tipo: di fotografia come di yoga, religiosi e pseudo religiosi, di educazione e di formazione, di business e di managerialità, ma nessuno insegna ad amare.

Non si tratta tanto di fare dei corsi di amore quanto invece di educarci all’amore. Non si sa da che parte prendere e poca attenzione diamo alla cura di questo centro della nostra esistenza.

Eppure poco siamo capaci di amare. Ciò che è più drammatico è che in nome dell’amore riusciamo a fare scoppiare dei drammi, ci incasiniamo la vita, ci relazioniamo da schiavi e da padroni. Quando saremo capaci di amare?

L’amore non può essere imposto. L’amore o viene colto come bello e bene oppure non muove i nostri passi. Ma anche quando lo riteniamo bello e bene, non è detto che lo viviamo. Questo perché intuiamo che amare è innanzitutto donare, non ricevere. Anche qui ci incasiniamo perché chiamiamo dono ciò che è ricerca di ricevere un dono. Diciamo tu ma intendiamo io, in altri termini.

Ne consegue che dentro la nostra testolina deve cominciare a farsi spazio una convinzione: amare costa e costa sofferenza. Una sofferenza che ha senso solo se è piena di amore. Diversamente diventa una costrizione e una frustrazione. Non possiamo dare per scontato l’amore. Anzi, dovremmo dare per scontato il non amore e dovremmo essere attenti a cogliere quelle zone grigie che fanno parte naturale della nostra incapacità di amare. Se lasciamo da parte il dare per scontata la nostra capacità di amare, forse cominceremo a comprendere qualcosa di ciò che significa amare.

Detto questo è bene che, non per paura ma per avere i piedi per terra ed essere realisti, ci rendiamo conto che chi non ama è nella morte. Solo l’amore dona vita. La legge, anche quella dell’amore, è un certificato di morte.

Il comando dell’amore ha senso e ci può invitare a vivere l’amore solo se scopriamo di essere amati. Solo l’essere amati ci riempie di vita. Solo se ce ne è dentro ne può venire fuori, infatti la botte dà del vino che ha.

Questa certezza umana non esiste. Siamo supportati in questo dal fatto che Dio ci ama fin dall’eternità. Questo apre spiragli di libertà che diversamente troppi di noi non avrebbero. Quanti bimbi non sono amati o non sono amati adeguatamente. Se uno non è amato sarebbe condannato al non amore, alla non vita: il nostro certificato di morte rischiamo di riceverlo ancor prima di nascere.

La certezza dell’amore di Dio apre spiragli continui di libertà e dunque di possibilità di amare. Il dono dello Spirito effuso sulla croce e chiesto ogni giorno, è certezza di vita grazie ad un Padre che c’è ancor prima che noi veniamo alla luce, c’è mentre noi siamo alla luce, ci sarà quando noi saremo nella Luce.

Certi che l’amore non è solo mezzo per custodire la vita ma è anche e soprattutto fine della vita e vita stessa, camminiamo nel crescere e nel maturare in questo amare così importante ma così poco curato.

Penso all’importanza dell’amore ma le mie preoccupazioni portano la mia mente in tutt’altra direzione e avvolgono il mio cuore di preoccupazioni e sentimenti che poco hanno a che fare con la cura dell’amore. Non possiamo scandalizzarci per questo. Dobbiamo invece prenderci cura di ciò che siamo e da lì partire. Dove arriveremo? Chi lo sa. Ciò che sappiamo è che la cura del cuore passa per un atto di realismo che non nega quanto siamo ma lo prende come base per ogni partenza che non sia illusoria.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli 
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