p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 20 Settembre 2020

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“Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Forse che il tuo occhio è cattivo perché io sono buono? È la domanda che il Signore pone a quelli che vorrebbero essere primi. È una domanda che scaturisce dal cuore di colui che presta attenzione agli ultimi!

Questo Signore padrone di casa pone 5 diverse chiamate dall’alba fino ad un’ora prima del tramonto. Al calare del sole c’è la ricompensa che inizia dagli ultimi non perché, come siamo convinti noi, ai primi verrà dato di più. Gli ultimi ricevono lo stesso compenso pattuito. Compenso che porta i primi a lamentarsi perché agli ultimi è stato dato come a loro pur lavorando di meno. Ne scaturisce un rimprovero che scatta da uno dei primi semplicemente perché non accetta, cosa nostra di ogni momento, che il Signore tratti come lui, come noi, quelli dell’ultima ora. Questo semplicemente perché anche loro, gli ultimi, hanno semplicemente bisogno di avere ciò che incontra il loro bisogno di affamati.

Per questo noi siamo invidiosi perché Lui è buono! I primi sono ultimi e gli ultimi i primi anche nei beni spirituali, a ricevere. Chi lascia tutto per lavorare nella vigna riceve una grande ricompensa. Il vangelo ci mostra come la ricompensa è un dono di grazia accordato a tutti, cominciando dagli ultimi arrivati. Il Signore è il solo buono che fa quanto aveva chiesto al giovane ricco: dare tutto ciò che è suo ai poveri.

I frutti del Regno che la gente, la vigna, è chiamata a portare sono l’amore! Il Signore esce di continuo, a tutte le ore lascia la sua casa, le sue chiese, perché è interessato a chiamarci: per amore. La nostra giornata, a ben vedere e a ben udire, è una chiamata costante a fare frutto.

La parabola distrugge alla radice la bella maledetta logica del possesso e della pretesa: nessuno può vantare titoli di credito, tutto è dono di grazia!

I primi chiamati nella storia, anche nella chiesa, sono coloro che si incupiscono nel vedere che Dio è “misericordioso, clemente, longanime, di grande amore”. I primi chiamati sono attaccati ai loro beni spirituali come il giovane ricco è legato ai suoi materiali. Rischiamo di essere come san Paolo che si gloriava della sua irreprensibilità nella giustizia della legge: lui è il fratello maggiore che si adira nel vedere che il Padre è buono col fratello minore.

Tutto questo è in contrasto con l’etica del capitalismo, sia quella materiale come quella spirituale. Ciò che vale non è la Legge quanto invece la grazia. La giustizia di Dio è quella dell’amore e della liberalità: tutto è un premio dato per misericordia a tutti, non un premio meritato.

Sono i primi chiamati a lavorare nella vigna che rischiano di rifiutare il Signore perché Lui è e fa il magnanimo verso gli ultimi. La salvezza, invece, è amore gratuito del Padre; amore che non si può rapire con astuzia per guadagnarlo anche se con sudore: è grazia!

La vita eterna che noi, come il giovane ricco vogliamo, si può avere non facendo qualcosa di più ma lasciando tutto. Bisogna lasciare, oltre ai beni materiali, anche quelli spirituali che noi vogliamo per potere meglio mercantizzare con Dio, non perché amati da Lui.

Il Regno è dei poveri in spirito, di chi è diventato come un bambino, è accoglienza del dono del Padre ai figli nel Figlio. Il privilegio sta tutto qui: capire che è un dono!

I ricchi di spirito lo possono accogliere solo se, non facendo come il fratello maggiore figlio del Padre misericordioso, accettano il minore. Solo se, a differenza di chi ha lavorato dall’alba, saremo contenti che i fratelli dell’ultima ora abbiano lo stesso stipendio di figli.

Tutto questo a noi che usiamo un linguaggio economico, è una stoccata al nostro modo mercantilistico di concepire l’amore, di preoccuparci di salvaguardare la proprietà nostra o della chiesa.

Gesù altro non fa che riportare sulla terra ciò che era al “principio” richiamato dalla Genesi: il Padre è benevolo con tutti i suoi figli, anche con chi non lo merita.

Così la Chiesa se cerca salvezza dalle opere proprie che fa, sa che non ha più nulla a che fare con Cristo, decaduta come è dalla grazia in questo modo di agire.

Noi, se vogliamo essere figli di Dio, grazia come Dio è grazia, siamo semplicemente chiamati, perché salvati per grazia, a deporre asprezza, sdegno, ira, clamore, maldicenza, malignità per essere benevoli con gli altri, come ci ricorda Paolo nella lettera agli Efesini (4, 31).


AUTORE: p. Giovanni Nicoli 
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