p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 15 Novembre 2020

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Chi di noi non ha sentito la spiegazione di questa parabola parlare in certi termini; chi di noi non ha pensato che i talenti di cui parla il Signore Gesù non sono le doti e le capacità che sono proprie di una persona. Chi di noi non ha pensato almeno una volta che però è vero che gli altri li hanno fatti fruttare ma l’ultimo ne aveva ricevuto solo uno per cui poteva anche essere scusato.

Questa parabola tratta dal capitolo 25 di Matteo si inserisce fra altre due parabole o racconti: quello delle dieci vergini che abbiamo letto la settimana scorsa e il brano della fine del mondo quando il Signore raccoglierà tutti e li giudicherà a partire dall’amore che hanno avuto per gli altri.

Questo ci dice che i talenti non sono le doti o i beni da moltiplicare, sa troppo di capitalismo. Le doti rappresentano invece l’olio ricevuto nelle lampade del brano precedente, olio che è l’amore verso i poveri del brano seguente.

Il talento è l’amore del Padre, è l’amore che il Padre ha verso di me, che deve duplicarsi nella mia risposta d’amore verso i fratelli.

La saggezza sta in questo: nel non nascondere sottoterra l’olio dell’amore, talento donato, ma nel trafficarlo, nel rischiarlo nell’attenzione agli affamati, ai carcerati, ai forestieri, agli ignudi, agli assetati. Stoltezza è nascondere il talento olio di amore del Padre sottoterra non prendendosi cura dei poveri che bussano alle nostre porte.

Rispondere a questo amore mi fa ciò che sono, figlio uguale al Padre.

Dio Padre nel Figlio è venuto ad incontrarci nella nostra umanità. Lui si è fatto povero, è venuto ad abitare in mezzo alla nostra povertà. Questo gesto di amore è divenuto possibile grazie allo Spirito di amore donato a noi e che dentro di noi grida Abbà, Padre!

Noi siamo chiamati ad essere perfetti come è perfetto il Padre nostro che è nei cieli. Questo significa che siamo chiamati a vivere la stessa incarnazione, ad andare ad abitare in mezzo ai nostri fratelli poveri, soli ed abbandonati. Siamo chiamati cioè a trafficare i talenti di amore che il Padre ci ha donato, e più traffichiamo questi talenti di amore e più diveniamo saggi portatori di lampade accese che hanno la loro scorta di olio e possono illuminare i fratelli nell’attesa dello sposo che viene. Così noi possiamo camminare, amando, sulla via della vita.

Nascondere il talento dono d’amore del Padre, non trafficandolo, è stoltezza. Perché lo Spirito che racchiudi sotto una campana di vetro, non è più Spirito. L’amore se lo vai a sotterrare tu lo sotterri. Facendo così risulti essere stolto perché l’amore sotterrato è un amore morto che non ha più senso: e questa è stoltezza; questa è perdita di ogni olio e quindi di ogni capacità e possibilità di illuminare il cammino nostro e dei nostri fratelli, quindi di potere attendere lo sposo che viene con le lampade accese.

Chi non investe il suo talento, lo perde. La causa del fallimento è la falsa immagine che abbiamo del Signore. Se lo riteniamo cattivo ed esigente, il nostro rapporto con lui non è di amore, ma legalistico, pauroso e sterile. E noi sappiamo che non si può amare su ordinazione, perché una legge lo richiede. Non si può amare per paura, al massimo si può far finta di amare per paura. Il legalismo e la paura sono un forte contraccettivo nei confronti dell’amore che non può in tal modo dare la vita ma rimane sterile.

E tutto questo è stoltezza.

L’amore si moltiplica usandolo, la fede in Cristo cresce nel trafficarla. Se noi conserviamo passivamente nel nostro cuore la fede che abbiamo e l’amore ricevuto, non rimane niente né della fede né dell’amore. L’amore diminuisce fino a scomparire, il fuoco si affievolisce se non è alimentato, la fede si avventura in una china in cui decresce sempre più.

Se invece si fa lavorare l’amore, se si ravviva la fede accogliendo la Parola e incarnando questa Parola in opere buone, non solo l’amore e la fede si moltiplicheranno, ma non cesseranno mai di crescere per tutta la vita.

Un poeta Indù scrive:

“Alcuni fanno commercio di rame e di bronzo, altri di chiodi di garofano e noci moscate, ma i santi fanno commercio soltanto del nome di Dio: questa è la mia mercanzia! Sono diventato venditore ambulante dell’amore di Dio: un diamante inestimabile mi sono trovato nella mano, e ho lasciato cadere le cose del mondo!

Quando ho trovato il vero, mi sono aggrappato al vero, ho fatto commercio del vero,

e andando a vendere il mio carico di veri tesori, sono arrivato accanto al tesoriere.

Egli è la perla, la gemma e il diamante.

Egli è il gioielliere.

Fai dello Spirito l’animale da soma, dell’amore la strada, e riempi le tue bisacce di sapienza… Dice Kabir: O santi, ascoltate, fruttuoso è stato il mio viaggio”.


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