p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 14 Novembre 2020

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Penso alla preghiera come stare alla presenza dell’Altro, sempre e comunque, in ogni momento della nostra esistenza. È uno stare con le labbra e con il parlare; è uno stare con il cuore che va con nostalgia a chi non c’è e vorremmo che ci fosse; è uno stare che coinvolge il mio incedere e il mio camminare; è uno stare che avvolge il mio pensiero mentre lavoro e mentre mi incontro con la vita. Mi verrebbe da dire che è uno stare anche quando prego, se per preghiera intendo dei momenti dedicati ad essa. Io sto in preghiera quando sento il profumo dell’altro e quando odo la sua voce anche se lontana anche se, a volte, è solo sognata.

La preghiera è per me più uno status che un momento da vivere in certi momenti. Se fosse solo cosa da vivere solo in certi momenti la preghiera sarebbe una cosa da fare, che obbedisce a certe regole e a certi tempi ben stabiliti. Ma così non è perché la preghiera è desiderio di sentire la voce libera e amante di Dio da parte nostra e nostra da parte di Dio Padre. Più che quello che diciamo ha senso e valore quello che esprimiamo: un desiderio di incontro, un desiderio di affetto, un desiderio che nello sguardo magari vuoto vede oltre e sa riconoscere una presenza del Signore del Regno, oltre ogni apparenza di lontananza e di vuoto.

Pregare sempre senza stancarsi è un atto di amore che non può essere legato a certi momenti della nostra vita. L’amore infatti o è vitale o non è, o ci coinvolge in totalità oppure non è. Gridare a Lui giorno e notte è uno status del nostro essere dove tutto tende a Lui. Il nostro sonno e la nostra veglia, il nostro corpo come il nostro animo, il nostro pensiero come il nostro cuore, le nostre mani come i nostri piedi, le nostre volontà e le nostre forze, le nostre debolezze e le nostre capacità, le nostre gioie e i nostri momenti tristi.

La preghiera è un abbraccio vitale che avvolge tutta la vita. È insistente perché libera ed amante. A volte mi sembra che noi siamo talmente felici e appassionati nel sentire la voce del nostro bimbo, che aspettiamo a rispondere alla sua chiamata e alla sua richiesta per potere sentire tutta la pienezza della sua voce.

Questa è fede, richiesta insistente del suo ritorno che esprime tutto il nostro desiderio di Lui. La preghiera insistente è via per non cadere nella morte della quiete dell’abitudine. La preghiera giorno e notte è legna gettata sul fuoco dell’amore perché non si raffreddi ciò che è vitale per la nostra esistenza. Non cose secondarie, non cose banali, non cose tiepide, non cose superficiali, non cose annacquate, ma vita, vita sempre, vita continua.

Il desiderio che egli venga è il cuore della preghiera perché centrale è il fatto che grazie alla preghiera noi esprimiamo il nostro desiderio di incontro con Lui. La preghiera è chiedere il dono del Regno che noi non possiamo produrre. Noi possiamo accoglierlo. Chiedere questo dono significa aprirci ad accoglierlo, essere pronti quando passa accanto a noi, sentire il suo toc toc che bussa alla nostra porta perché noi possiamo aprirgli ed egli possa entrare in noi e cenare con noi.

La preghiera continua per non smettere di sperare nel suo ritorno e per non perdere la fede sulla bellezza del suo ritorno. La preghiera per questo non ha bisogno di essere esaudita circa ciò che chiede. L’unico dono che la preghiera amante può sperare è appunto quello di pregare, vale a dire di entrare in comunione di amore con Dio, di potersi tuffare nella danza della vita Trinitaria.

Questo è il frutto vero della preghiera, questa è la grande speranza, questo è superiore ad ogni nostra attesa e richiesta. Per questo prego semplicemente perché lo desidero e semplicemente perché mi godo, perché è bello, perché è vita.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli FONTE  CANALE YOUTUBE FACEBOOKINSTAGRAM