p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 13 Agosto 2020

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Per la morale cristiana il peccato è una cosa molto difficile da realizzare. Perché vi sia peccato è necessario che vi sia “piena avvertenza, deliberato consenso e materia grave”. Mi pare che in troppe realtà della vita questa triade sia mancante o deficitaria. È difficile che una persona abbia queste capacità messe in moto con libertà quando compie un’azione.

Noi siamo abituati a giudicare la realtà di vita a partire dalla colpa o non colpa. Se questo può andare bene per la legge e i giudici, non può andare bene per l’umanità. Troppa umanità infatti gioca la propria esistenza su altre coordinate. La coordinata della maturità e immaturità è una coordinata molto importante. Troppa gente gioca le proprie scelte a partire da immaturità o da nodi mai sciolti o da patologie di vita che minano la libertà della persona. Se questo è vero capiamo che la realtà del perdono e del peccato è una realtà molto ristretta nella nostra esistenza. Ciò nulla toglie all’importanza di questa realtà sia come chiamata a fare crescere e maturare noi stessi e gli altri nella libertà, unico luogo dove vi può essere perdono e peccato, sia nell’essere persone che vivono a pieno la loro realtà di vita nel gioco del bene e del male.

Ciò premesso non possiamo non evidenziare l’essenziale importanza del perdono nella vita degli uomini. È chiaro che il perdono chiede una maturazione sempre più alta della nostra umanità e coscienza: più maturiamo e più non possiamo rimanere senza perdono dato e ricevuto. Il perdono è il respiro dell’uomo che vive perché inspira e espira, riceve e dona perdono. La vita, potremmo dire, è il circolare del perdono donato e ricevuto.

Non esiste realtà di comunità dove non si sbaglia. Noi continuamente con noi stessi prima e con gli altri poi, sbagliamo nel momento stesso in cui esistiamo. Le nostre relazioni sono troppo spesso improntate alla pretesa di non sbagliare. Lo sbaglio è via solo per il giudizio e per la condanna. Non può esistere una pagliuzza nell’occhio del fratello che annebbi la nostra vista senza accorgerci che è la trave del nostro giudizio che ci togliere la capacità di vedere e di discernere. Si può stare insieme, mi sembra cosa ormai lampante, non perché non si sbaglia o non si offende, ma perché si è perdonati e si perdona. Il male, che esiste e sempre esisterà e nel quale si gioca la nostra libertà, invece di dividere e isolarci l’uno dall’altro, diventa via per unire e rinsaldare i rapporti, se vissuto nel perdono reciproco. È in noi stessi ma soprattutto nella comunità e nella convivenza e nel matrimonio che esce il male. Il perdono è la via di vittoria costante dell’amore.

Sappiamo che noi diveniamo capaci di perdono verso l’altro se prima abbiamo ricevuto il perdono e se ci siamo perdonati. Forse la riscoperta anche del sacramento della riconciliazione non come un pegno da pagare ma come un dono da ricevere, potrebbe diventare via, accogliendo il perdono del Padre, per crescere in questa capacità di relazione perdonante che tanto ci manca.

Perdonare è un fatto di cuore. È un non ri-cordare, non tenere nel cuore il male del fratello, è atto di liberazione nostro personale dalle ragnatele del male ricordato e riportato in cuore e in mente. Allo stesso tempo il perdono è un ri-cordare l’amore del Padre per me e il fratello.

Se continuamente mi ricordo e ricordo all’altro il suo errore mi ostruisco la via della relazione chiudendo ogni possibilità al perdono. Se consideri le colpe, Signore, dice il salmo, chi resisterà? Chi potrà mai respirare? Chi esisterà? Chi vivrà?

E se non riesco a perdonare? La via è chiara: invece di prendermela con l’altro, considero che è un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli 
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