p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 12 Dicembre 2020

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Venne nel mondo la luce vera, ma i suoi non l’hanno accolta. A quanti l’hanno accolta ha dato potere di diventare figli di Dio. Il destino di ogni profeta è quello di non essere accolto. Questo è stato il destino di Gesù, questo è stato il destino del Battista che è stato precursore di Gesù: ha preparato la via a Colui che doveva venire, anche nella via della Croce e del martirio.

Luca, nel primo capitolo del suo vangelo al versetto 17, mette sulla bocca dell’angelo che profetizza a Zaccaria la nascita del Battista quanto segue:

“Gli (il Battista) camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”. Questa la missione del Battista, questa la missione di Gesù, questa la missione di ogni profeta. Questa missione è strettamente collegata con il rifiuto. Ma perché? Che significato ha?

Mi verrebbe da dire che innanzitutto il rifiuto è un segno che il profeta viene da Dio. Questo è un grosso smacco per il mondo occidentale e democratico basato, quasi unicamente, sul riconoscimento. Il riconoscimento è uno degli idoli a cui si immola tutto. Non interessa la verità delle cose; non interessa fare una buona politica; non interessa fare un buon lavoro; non interessa fare una buona trasmissione: l’importante è ottenere riconoscimento. Ne consegue che una politica, per ottenere consenso e arrivare a più persone, deve essere minimalista e stupida e economica; un lavoro deve essere fatto in fretta perché tutti hanno fretta, non fa niente se non dura niente; una trasmissione deve essere la più stupida che si può, perché questo fa auditel e la pubblicità paga non le cose buone ma quelle che appaiono bene; non è utile dire la verità è utile dire quello che l’altro si aspetta che tu dica, poi magari si fa tutto il rovescio ma intanto, l’altro l’hai infinocchiato ed hai ottenuto la sua fiducia, non fa niente se gli hai fatto del male; ai giovani non si dice la verità delle cose, ma quello che ottiene il loro consenso; ai vecchi non gli si dice la verità della loro inutilità per la nostra società, ma in quanto a qualità della vita (che non è legata al benessere materiale ma a quello spirituale) Dio ce ne scampi e liberi.

Abbiamo bisogno di profeti che portino la verità sotto il naso degli altri, tanti o pochi non importa, e che accettino il rifiuto degli altri. Un rifiuto che è innanzitutto un rifiuto dei tuoi, un rifiuto della comunità, un rifiuto della chiesa: “Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli e dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” (Lc 21, 16-18). Il rifiuto anziché il riconoscimento, è una delle vie di libertà donate al profeta!

Questa la sapienza del vangelo fa a pugni con la sapienza del nostro buon senso basata sul fatto che se non ho il riconoscimento degli altri significa che sono fuori strada, che la cosa non va bene, che sono uno spostato, che sono in torto, che sono fuori dal mondo. Questo è tutto vero, ma è solo un lato della medaglia. L’altro lato della medaglia è che sono in Lui, nella Verità, nel Regno, se voglio profeta!

Così hanno trattato il Battista, “come hanno voluto”, così come hanno trattato Cristo. Cristo si è incarnato non per finta ma veramente. Ha accettato tutte le leggi umane e si è buttato nella mischia con verità, lui che è Via, Verità e Vita. Non ha cambiato la legge del consenso per ottenere qualcosa per sé ed evitare guai e non riconoscimenti. Ha accettato che “così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”.

Questo il Battista, questo Gesù. E noi?

Vi è un’altra attenzione che noi possiamo porre al riconoscere: è il riconoscere il fratello per quello che è. Tale riconoscere chiede a noi che guardiamo di inverare il nostro sguardo, di convertirci al fatto che l’altro è mio fratello.

Spesso e volentieri noi ci facciamo un’idea del fratello che vive con noi e che incontriamo per via. È giusto farsi un’idea dell’altro. Il problema nasce quando questa idea diventa l’assoluto, ed è un guaio perché solo Dio è assoluto nella Bontà e la nostra pretesa di essere assoluti nelle nostre convinzioni diventa un problema. È un problema nei confronti di Dio perché ci mettiamo al suo posto. È un problema nei confronti del fratello perché non siamo più disponibili a correggere la nostra idea.

Quando noi viviamo l’assoluto di una nostra idea, noi normalmente riduciamo la realtà a quella parte che abbiamo colto della realtà stessa. La riduciamo e assolutizziamo: usciamo dalla verità, non cogliamo più le cose e l’altro per quello che sono. Ci accorgiamo allora che o lo vediamo tutto bello, e lo innalziamo sugli altari, o lo vediamo tutto brutto, e lo abbassiamo nei letamai. Ma in entrambe i casi non riconosciamo quello che realmente l’altro è. Non lo sappiamo vedere, non lo sappiamo ascoltare, tantomeno lo sappiamo accogliere. Non siamo liberi di vederlo per quello che è, per questo non possiamo amarlo.

Se non riconosciamo quello che realmente l’altro è, traviamo non solo la nostra e la sua immagine, ma traviamo anche la sua vita e l’intervento che noi facciamo e possiamo fare nella sua vita. Riconoscere l’altro per quello che realmente è, ci porta fuori dalle nostre paure ed onnipotenze e ci permette di essere presenti all’altro con più verità, foss’anche con delle pedate nel sedere.

Domandiamo al Signore, quest’oggi, la libertà della verità che non cerca riconoscimenti fatui ma la libertà del vedere l’altro per quello che è, di lasciarci continuamente informare e correggere dalla realtà delle cose, perché possiamo essere veri nella nostra vicinanza a lui. Verità e vicinanza che chiediamo anche per noi che siamo così facili ad esaltazioni illusorie o a depressioni non realistiche. Amen! Il Signore Viene!


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