p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 11 Luglio 2020

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Ciò che importa è seguire e la strada per seguire è lasciare, vale a dire abbandonare la sapienza umana per accogliere la sapienza della croce.

Nudo uscii dal seno materno e nudo vi ritornerò, dice Giobbe (Gb 1,20): questa è la verità della sequela a cui siamo chiamati, questa è la verità per ogni uomo, verità che si compirà presto o tardi per tutti.

La perdita della nostra identità, la perdita della nostra fede, non è data dai musulmani o dagli extra comunitari, è data invece dalla rapina su cui basiamo la nostra esistenza.

Da principio tutto è dono. Possedere e accumulare è distruggere la radice stessa della creazione. La violenza per appropriarsi delle cose, infatti, distrugge la fraternità prima e i beni di cui viviamo poi. La cacciata dall’Eden come l’esilio dalla terra promessa, dall’essere discepoli, è conseguenza della rapina di ciò che è donato.

È un dato di fatto che le ricchezze tendono ad accumularsi nelle mani di pochi che sono ben poco disinteressati. Lo svantaggio nei confronti di tutti è sotto i nostri occhi. L’anno santo è nato per ristabilire la condivisione dei beni: ciò che non era tuo deve ritornare al fratello, soprattutto la proprietà della terra (Lev 25, 18).

Se non abbiamo questa sapienza nel cuore, come non l’abbiamo, la terra diventa luogo inabitabile, un deserto dove regna l’ingiustizia e la violenza dei potenti.

Ciascuno porterà con sé – ricordati che deve morire – il tesoro vero: le ricchezze condivise. Quelle accumulate e possedute rimarranno qui e diverranno motivo di litigio da parte di coloro che le erediteranno. Ma con noi stessi porteremo solo il condiviso.  Tutto il resto sarà bruciato come paglia dal fuoco.

Ciò che il vangelo ci offre è la perfezione di libertà. Vivere tutto come dono ricevuto e donato, è perfezione dell’uomo maturo e completo. Infatti il possesso danneggia se stessi, perché non ci permette di aprirci alla vita, e i fratelli perché li obblighiamo a chiuderci a riccio sulla vita se vogliono salvare qualcosa.  Il possesso ci chiude all’amore e dunque alla maturità della propria esistenza.

La chiamata alla povertà come vita condivisa e donata, è chiamata a cui tutti siamo chiamati. È infatti un segno profetico che noi siamo chiamati a donare a tutti. Tutti lo seguiranno? Non importa, ciò che importa è che noi, pochi o tanti non importa, siamo sale della terra e lievito nella pasta perché tutto acquisti sapore e perché la pasta possa lievitare.

Non tutti capiscono questo? Lo sappiamo! Ma questo non è motivo sufficiente perché noi non lo viviamo. Viverlo diventa luce per il mondo di tenebre nel quale troppo spesso viviamo: questo è più che motivante ed è più che sufficiente.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli 
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