p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 1 Settembre 2020

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“Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. Questo grido che è una professione di fede e allo stesso tempo espressione di tutta la paura e il rifiuto di Cristo, è il grido del demonio impuro che abitava un uomo che era lì, nella sinagoga dove Gesù leggeva la Scrittura commentandola.

Ma questo mi pare il grido che ogni giorno mi ritorna quando inizio la mia giornata. La professione di fede diventa un misto di rifiuto di Dio. L’ascolto della Parola si scontra da subito con i miei rifiuti di Dio e del prossimo. La Parola di Dio pronunciata da Cristo che entra in me come spada a doppio taglio, si scontra con le remore notturne che rifiutano ogni pacificazione e ogni compromesso con la vita.

Ti alzi, ascolti, tenti di accogliere, molte barriere ci sono dentro di noi che non permettono l’ascolto e l’accoglienza della Parola. Lei entra ma non riesce a fare breccia. Hai appena fatto la tua professione di fede nel silenzio della preghiera e nel leggere la Parola, ma subito nascono remore e rifiuti. “La fai facile tu, o Signore”, ma che fare con quel tale che continua a tormentarmi e che non vive né con sanità mentale né con un pizzico di fede? Che fare con quella persona che ho beneficato e che tenta in tutti i modi di farti lo sgambetto?

Tu Gesù sei il santo di Dio, ma perché ci vuoi rovinare? Perché non lasci che lo spirito immondo possa abitare in noi? Perché non vuoi che noi, che viviamo in questo mondo e su questa terra, possiamo essere a nostra volta lupi in mezzo ai lupi? Perché vuoi che viviamo da agnelli come tu hai vissuto, tu Agnello che toglie il peccato del mondo?

Che vuoi da noi, Signore Gesù?

Sentiamo che la tua parola non è roba da poco. Ci accorgiamo che la tua presenza non lascia indifferenti. Sentiamo che non hai preparato la predica per “contarcela su”, ma ciò che ci dici è ciò che sei. Lo sappiamo per esperienza, non per sentito dire, che la tua parola è spada a doppio taglio che mette in luce ciò che è nelle tenebre non per condannare ma per salvare. Sappiamo che tu parli con autorità, non fai il pappagallo di nessuno, neppure del Padre. Eppure di fronte a quanto ci doni sentiamo ritrosia, sentiamo che sei la nostra rovina, sentiamo che non sei proprio la nostra salvezza, quello che tu ci offri, tanto bello e buono, non è proprio quello che vorremmo, noi da Dio ci aspetteremmo ben altro.

Noi gente che vede ogni giorno la tua opera in noi che vuole scacciare lo spirito immondo, ci stupiamo della parola di verità che viene da te. Non è tanto il fatto che ci lascia basiti quanto la tua parola che comanda agli spiriti impuri e questi se ne vanno. Forse anche noi, ascoltatori del vangelo, viviamo questo stupore, come viviamo la tua presenza come cosa bella e drammatica allo stesso tempo. Desidereremmo essere liberati, oggi, ma abbiamo paura di questa liberazione. Conosciamo le nostre schiavitù e le nostre dipendenze. A volte ci danno fastidio. Ma ci siamo affezionati e sappiamo dove andiamo a finire. Con la tua liberazione invece no. Intuiamo qualcosa di bello, ma dove ci porta mai questo qualcosa di bello?

Tu con la tua Parola ci metti faccia a faccia con quel Dio la cui Parola aveva creato il mondo. Il potere del Dio creatore sta nel Cristo Salvatore. Da essa possiamo difenderci come gli indemoniati; oppure possiamo anestetizzarla divenendo insensibili.

Che fare? Quando la Parola viene a noi da Dio apre il cuore perché scaturisca quell’obbedienza di ascolto che è vita. Nell’obbedienza la Parola è lampada ai miei passi e il Signore è Luce di questa lampada. Essa illumina e dilata il cuore. Diventa dolce più del miele in bocca, anche se so che un po’ prima o poi mi bloccherà lo stomaco con le amarezze dovute alle mie ritrosie. Eppure è vita e gioia del cuore, forza e salvezza.

La parola ha questa autorità: a lei noi siamo di fronte. Che facciamo oggi? La demonizziamo e la scacciamo o la accogliamo facendola nostra? Non più qualcosa di esterno a noi, ma noi stessi?

Diveniamo contemporanei a Gesù oggi accogliendo nell’obbedienza la sua parola, oppure la releghiamo a qualcosa che è successo duemila anni fa e che nulla ha a che fare con la nostra esistenza?


AUTORE: p. Giovanni Nicoli 
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