p. Arturo MCCJ – Commento al Vangelo del 26 Maggio 2020

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Nei vangeli di oggi, di domani e di dopo domani, mediteremo le parole che Gesù rivolse al Padre nel momento del congedo. E’ il Testamento di Gesù in forma di preghiera, chiamata anche Preghiera Sacerdotale (Gv 17,1-26). In essa spuntano i sentimenti e le preoccupazioni che, secondo l’evangelista, abitavano Gesù in quel momento in cui stava uscendo da questo mondo e andando verso il Padre, una maniera più teologica per dire che sarebbe stato preso ed ucciso.

Con questi sentimenti e con questa preoccupazione Gesù ora si trova davanti a suo Padre, non pensando a se, ma alla comunità con cui aveva camminato. Molte persone, nel momento di andarsene per sempre, lasciano qualche messaggio. Tutti conservano parole importanti del padre e della madre, soprattutto quando sono gli ultimi momenti della vita, è in questo testamento-preghiera che Giovanni vuole che la sua comunità ponga la sua attenzione.

Gesù prega davanti ai discepoli, ma non li invita a unirsi a Lui: è una cosa soltanto sua ma che condivide, perché le sue parole sono profonde e racchiudono il senso della sua missione e del suo abbandono alla volontà di Dio. Due cose ci insegna oggi questa preghiera: la missione di Gesù è stata quella di far ‘conoscere il nome di Dio’, ossia di presentarlo per come lui è: un papà vero, presente, che ama dalle viscere e non un padrone, assente ed esigente.

L’altra, sempre a mio avviso, che la preghiera è il primo passo per vivere la comunione con gli altri e non solo la ricerca della nostra consolazione personale: Gesù prega per loro, Gesù prega per noi, Gesù prega per chi l’ha incontrato perché sa è facile perdersi per le strade del mondo.

p. Arturo MCCJ


Fonte: Telegram

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