p. Arturo MCCJ – Commento al Vangelo del 2 Giugno 2020

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Il tributo [kenson, dal latino census, una tassa annuale pro-capite ] all’imperatore romano Era chiamata capitazione, il tributum capitis, che si applicava a tutti. I funzionari del fisco andavano dappertutto e controllavano i campi, contavano alberi da frutto, vigne, capi di bestiame, registravano il numero delle persone, padri, madri, figli, servi.  La domanda è provocatoria anche per il momento e il luogo in cui viene rivolta a Gesù.

Il luogo è nella città di Gerusalemme, davanti al tempio, durante la festa della Pasqua, in un’atmosfera di rievocazione della libertà del popolo, che è aspirazione alla libertà, alla rivolta. Gesù chiede di visionare una moneta, un denaro, per osservarne l’effigie (eikon, immagine] e l’iscrizione. Su una faccia della moneta c’è l’effigie di Tiberio Cesare (regnante dal 14 al 37 d.C.], raffigurato con una corona d’alloro sulla testa, segno della dignità divina, e l’iscrizione “Tiberius Caesar Augustus, figlio del divino Augusto”.

Sull’altra faccia c’è la scritta Pontefix Maximus, Pontefice Massimo, che è l’esaltazione del culto dell’imperatore e della sua divinizzazione. La risposta di Gesù è categorica e di condanna. Se l’immagine di Cesare è incisa sulla moneta, ciò significa che la moneta appartiene a Cesare. E l’iscrizione che divinizza l’imperatore è blasfema, perché un uomo non può farsi adorare come Dio. Ma l’uomo è stato cerato ad immagine di Dio eppure coloro che dovrebbero difendere la Torah sono quelli che portano una moneta considerata impura e blasfema nel tempio. Gesù in verità non dice se pagare e meno a Cesare, cosa che loro stavano già facendo visto che avevano in tasca una moneta romana, ma chiede a loro che Dio stavano seguendo, e anche a questa domanda avevano risposto mostrando di avere una moneta in mano.

Mi chiedo spesso se anche noi siamo come i farisei e gli erodiani: bravi a parlare di Dio ma, in fondo, seguaci e adoratori del denaro.

p. Arturo MCCJ


Fonte: Telegram

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