Mons. Costantino Di Bruno – Commento al Vangelo del 8 Febbraio 2020

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Il commento alle letture del 8 Febbraio 2020 a cura di  Mons. Costantino Di Bruno, Sacerdote Diocesano dell’Arcidiocesi di Catanzaro–Squillace (CZ).

Erano come pecore che non hanno pastore

SABATO 8 FEBBRAIO (Mc 6,30-34)

La condizione della pecora senza pastore è ben misera. È senza presente di vita e anche senza alcuna speranza di un futuro migliore. Pecore e pastore devono essere una cosa sola. Il Pastore deve consumare la sua vita per le pecore. Sappiamo che Gesù va oltre il dono della vita per le pecore. Lui realmente si fa carne da mangiare e sangue da bere. Ogni pecora che vuole vivere per Lui deve mangiare realmente Lui. Questa verità è così affermata nel Vangelo secondo Giovanni: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,53-58).

Questa verità viene ribadita anche quando Gesù annunzia se stesso come il Buon Pastore: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,7-18). I figli d’Israele erano come pecore senza pastore perché i pastori dati ad essi da Dio erano tutti intenti a curare se stessi. Il problema dei pastori è sempre stato, è e sarà il vero grande problema del Padre celeste. Per il pastore le pecore si salvano e per il pastore si perdono. Per il pastore vivono e per il pastore muoiono. Il pastore è tutto per le pecore.

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

È il pastore che fa il gregge. Senza il pastore si è anche senza il gregge. Oggi nel popolo di Dio ogni pecora cammina per se stessa. È segno che manca loro il pastore. A volte c’è il ministro della Parola, c’è l’amministratore dei sacramenti, ma manca il pastore. Cosa fa sì che un ministro della Parola e un amministratore di sacramenti si trasformi in un vero pastore? Ce lo ha svelato Gesù. È il suo dare la vita per le pecore. È il suo morire e vivere per il gregge che gli è stato affidato. Si può essere ministri della Parola, ma non pastori. Si può anche essere amministratori di sacramenti, ma non pastori. Il pastore ha il cuore di Cristo che batte nel suo petto e lo Spirito Santo che lo colma di ogni sollecitudine per le pecore. Il pastore vive con lo stesso amore che ha il Padre per il suo gregge. L’amore del Padre è così grande da non risparmiarsi in nulla. Per le sue pecore ha dato il suo Figlio Unigenito. Il vero pastore ha il cuore di Dio.

Madre di Dio, Angeli, Santi, fate che ogni pastore sia vero pastore in Cristo Gesù.

Fonte@MonsDiBruno