Mons. Costantino Di Bruno – Commento al Vangelo del 17 Novembre 2021

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Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”.

Chi è di nobile famiglia, perché di famiglia divina ed eterna, è Cristo Gesù.  Cristo Gesù sta per partire per fare ritorno presso il Padre. Lui è venuto da Dio e a Dio ora ritorna. Poi però ritornerà, ma non più nell’umiltà della carne. Verrà sulle nubi del cielo, come Signore e Giudice dei vivi e dei morti. Anche se oggi questa verità non viene più confessata da molti discepoli di Gesù, essa rimane in eterno verità essenziale della missione di Cristo Signore. Lui è il Re dell’universo, il Signore, il Giudice, il Salvatore, il Redentore. Quest’uomo di nobile famiglia, prima di partire, chiama dieci dei suoi servi, consegna loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Quest’uomo non lascia inoperosi questi dieci suoi servi. Affida loro un compito. Ognuno deve mettere a frutto la moneta d’oro ricevuta. Il tempo va da oggi fino al suo ritorno. Per noi il tempo va dalla nostra nascita alla nostra morte. Ma va anche dal giorno in cui riceviamo la moneta fino alla fine, senza interruzione. Ogni sacramento è una moneta speciale, particolare da mettere a frutto. Ogni carisma è moneta d’oro da mettere a frutto. Tutta la nostra vita è una moneta preziosa. Metterla a frutto per produrre altro bene è obbligo.

Quest’uomo non è ben visto dai suoi cittadini. “Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: «Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi»”. La delegazione è formata da tutti i capi del popolo. La vita di Gesù è tutta tratteggiata in questa parabola. Quanti ai tempi di Gesù avevano potere o sacro o civile o spirituale o di altra natura quasi tutti odiavano Gesù. Non volevano che Lui si elevasse sopra di essi e lo hanno ucciso. La regalità di Gesù non è per elezione. Neanche è per successione ereditaria. Non è secondo le regole di questo mondo. Gesù è Re perché dall’eternità è dal Padre costituito Re dal regno eterno, regno però assai particolare. Che l’uomo voglia o non voglia che Lui regni non ha alcuna importanza. Dio non dipende da nessuna volontà umana. Così Dio ha deciso e così sarà per l’eternità. Dal Padre Gesù è stato dichiarato Re e Re dovrà rimanere in eterno.

Quell’uomo parte, riceve il titolo di re, torna. Fa chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. L’ordine era sta chiaro: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ora si deve rendere conto. Questa verità non dovrà essere mai dimentica e neanche cancellata dal vocabolario dogmatico, ascetico, pastorale, esegetico della Chiesa e di ogni singolo discepolo di Gesù. Come Gesù parte, così Lui ritorna. Basta attendere. Oggi nessuno più attende il ritorno di Gesù. O se lo si attende, lo si vede come cosa assai remota, lontana. Vi è totale assenza di fede, perché il ritorno di Gesù non è più legato al giudizio. Viene o non viene, tutti si va in Paradiso. Basta che alla fede si tolga una sola verità e tutta la Scrittura diviene un libro di menzogne, un ammasso di falsità.

LEGGIAMO IL TESTO DI Lc 19,11-28

Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Il primo servo sembra non avere limiti nella natura. Il secondo ha qualche limite nella sua natura. Ha fatto quanto ha potuto. Nel terzo servo i limiti non sono della natura, ma del pensiero governato dalla falsità, dalla menzogna, dall’assenza della verità. Questo limite del pensiero induce la volontà a nascondere la moneta in un fazzoletto. Per il pensiero governato dalla falsità – qui siamo in una falsità colpevole – la volontà si orienta verso il totale disinteresse dell’ordine del re. Prima di ogni comprensione, scienza, conoscenza, c’è sempre una obbedienza da fare. Sempre il pensiero va sacrificato all’obbedienza ad ogni ordine ricevuto. La comprensione della volontà rivelata del padrone avviene o mentre si obbedisce o dopo aver obbedito. Raramente si passa prima per la via della comprensione. Al suo Signore l’uomo deve ogni obbedienza. Se il Signore gli dona un comando, quel comando va osservato, perché è nell’obbedienza ad esso che è posta la vita dell’uomo. Se il comando è disatteso, dalla vita si passa nella morte e dall’abbondanza nella privazione. Questa verità oggi è negata o con le parole e gli insegnamenti o con i fatti. L’uomo ha deciso di vivere come gli pare. Non vuole avere nessun legame con il suo Signore. Nessuna relazione con il suo Creatore, con il suo Dio. L’uomo vuole essere creatura senza il Creatore. Anzi neanche più vuole essere creatura di un Creatore. Si proclama essere fatto dal caso, dalle circostanze, da un evoluzionismo cieco. L’uomo si dice il frutto del nulla. La storia gli testimonia però che se lui rompe il legame con il suo Dio, il suo Creatore, il suo Signore, la vita lascia il posto alla morte, il bene al male, la giustizia all’ingiustizia, la sapienza alla stoltezza, la virtù al vizio. Oggi è questa la decisione dell’uomo: non avere altro Dio al di sopra di sé. L’uomo è Dio di se stesso.

Ogni dono di Dio è dato perché porti frutto, molto frutto. Quando il dono di Dio non porta frutto, la responsabilità è solo dell’uomo. Dio è somma ed eterna giustizia. Mai dona qualcosa all’uomo che l’uomo non possa far fruttare. Lui sa di cosa siamo fatti e cosa possiamo portare, fare, operare. Perché il Re ordina che la moneta d’oro venga donata a colui che ne ha già dieci? Perché quest’uomo ha attestato con il suo impegno una capacità non comune. Ha superato il secondo di ben cinque monete. Lui ci sa fare.  Il re è sicuro, certo che nelle sue mani la moneta produrrà un frutto. Come si può constatare il re opera per conoscenza anche storica o per conoscenza argomentativa. Lui ha visto. Ha constato. La storia attesta e certifica. La storia è la prova dell’uomo. Senza la storia tutti possono affermare ogni cosa sulla propria persona. Quando poi si entra nella storia, tutto viene messo in luce: bontà e malvagità, sapienza e stoltezza, virtù e vizio. Abramo può dire di amare Dio sopra ogni cosa. La storia testimonia che realmente lui lo ama al di sopra di tutto. Anche Gesù può dire di amare il Padre in ogni cosa. La storia attesta che Lui lo ama anche con l’offerta della sua vita. Di ogni dono ricevuto si dovrà rendere conto. Attesteranno per noi non le nostre parole, ma le nostre opere. L’opera è la giustizia per l’uomo. La Madre di Dio ci aiuti ad entrare nelle divine profondità della parabola a noi raccontata da Cristo Gesù.

Fonte@MonsDiBruno

Nota: Questo commento al Vangelo è gratuito pertanto l’autore non autorizza un fine diverso dalla gratuità.

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