Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 8 Settembre 2020

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La storia della giovane ebrea Maria è così strettamente legata alla sua vocazione di madre di Gesù, che in questa festa della Natività della vergine Madre leggiamo il vangelo che narra di una lunga e provvidenziale storia di generazioni culminata nella nascita dell’ebreo “Gesù, chiamato Cristo” (v. 16). La nascita di colui che ha fatto nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5) è partorita da una storia più antica, una storia di generazioni, di “genesi” che hanno inscritto nella storia della promessa di Dio, rinnovata di generazione in generazione, la nascita umana di quell’uomo la cui origine è divina, di quell’uomo nel cui volto e nella cui esistenza così eminentemente umani Dio ha rivelato il suo volto e la sua immagine. Una storia tutta maschile che non ha potuto essere però compiuta senza l’irruzione di una figura femminile, Maria.

“Gesù Cristo, figlio di Abramo” (Mt 1,1): Gesù, come ogni altro ebreo, è figlio di Abramo e quindi erede delle promesse fatte ai padri. Ma Gesù si innesta più precisamente nella discendenza di David: “Gesù Cristo, figlio di David” (Mt 1,1). La genealogia matteana ha un forte accento davidico, presentando Gesù come quel messia che le profezie avevano indicato con il titolo di “germoglio di David” (Is 11,1; Ger 23,5). Tutta la storia genealogica che ha preceduto Gesù è segnata da un filo conduttore, che tiene insieme la catena delle generazioni: il legame intessuto dalla promessa di Dio. Ad Abramo, la promessa di una discendenza numerosa, benedizione per tutti (cf. Gen 12,1-3); a David, la promessa di un regno eterno (cf. 2Sam 7). Dio mostra come in Gesù la sua fedeltà si compie, secondo quanto ripetutamente e fedelmente promesso al suo popolo attraverso le promesse fatte ai padri. Una promessa mai smentita, nonostante il peccato degli uomini. Sì, perché questa genealogia è intessuta non solo di fedeltà, ma anche di infedeltà e di peccato. Gesù appartiene alla carne di Israele, a questa carne “fosca”, impastata di gloria e di miseria insieme. L’azione divina passa attraverso il misero gioco della storia umana così com’è. Assumendola così com’è, egli opera la salvezza di ogni carne, così com’è. Anche la nostra. 

Matteo non esita a ricordare, nella sua lista genealogica, anche quattro donne che hanno in comune l’essere straniere, marginali e “irregolari” (prostituzione, unione irregolare, infrazione di norme convenzionali…). Queste figure femminili eccezionalmente irregolari introducono la quinta figura femminile della genealogia: Maria, il cui parto verginale è l’eccezionalità massima. E questa eccezionalità è sottolineata dal testo attraverso un duplice mutamento repentino e inatteso: un improvviso cambio di genere e di forma verbale. Dopo una lunga catena di generazioni tutte al maschile, ora la lista si interrompe per lasciar posto al femminile, spazio aperto a una possibilità nuova, quella della paternità divina: Giuseppe, lo sposo di Maria, non genera lui Gesù, ma è testimone di un dono inaudito che è chiamato ad accogliere. Lui, come noi. Inoltre, dopo una lunga catena di “generò”, alla forma attiva, ora irrompe un “fu generato”, alla forma passiva (v. 16: “è nato”). Un passivo divino che dice come, attraverso Maria, è Dio stesso colui che genera il Figlio della promessa in cui ogni promessa di Dio diviene “sì” (cf. 2Cor 1,20), la pienezza di ogni vita. Un “sì”, quello di Dio, affidato a un altro, docile e fortissimo “sì”: quello della credente Maria.

fratel Matteo


Fonte

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