Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 6 Ottobre 2021

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La preghiera inizia dalla preghiera, da chi avendo imparato a pregare a suo tempo ora insegna a noi a pregare. Come un dono prezioso, racchiuso in uno scrigno che qualcuno ci mette nelle mani e a poco a poco si dischiude e si mostra a noi.

Nel Vangelo di Luca, prima di ogni decisione importante, prima di ogni passo da compiere, si narra che Gesù si ritira in solitudine a pregare. Il dialogo silenzioso con il Padre diviene il luogo in cui egli trova le energie, pensa le parole, formula le decisioni da prendere.

I discepoli se ne rendono conto, certo non sempre, e gli chiedono di insegnare anche a loro a pregare, come Giovanni ha fatto con i suoi discepoli. Gesù insegna loro la preghiera del Padre nostro, la prima che abbiamo imparato da bambini. Oggi la leggiamo nella versione di Luca, più breve di quella di Matteo che conosciamo a memoria, più scarna ed essenziale, letterariamente più asciutta. Entrambe però hanno la stessa matrice e filo conduttore: il dialogo con Dio, Padre di misericordia, attraverso invocazioni e domande.

Forse più che con tante parole, leggendo questo testo verrebbe da seguire l’esempio di Gesù e mettersi davanti al testo, leggerlo e rileggerlo più volte, rimanere in silenzio, lasciandolo risuonare dentro di noi. Almeno questo sarebbe il mio desiderio oggi.

Gesù si rivolge al Padre senza premettere “nostro”: un’invocazione, quasi un sospiro con il quale ci si rivolge a colui che sappiamo può ascoltarci sempre.

Questo nome, il nome di Dio è santo. La sua santità diviene movimento, non è statica e asettica; non è segno di separazione, come se Dio fosse posto su un trono lontano, irraggiungibile a noi umani e peccatori, ma diviene presenza in mezzo a noi: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo” (Lv 19,1-2). È l’Emanuele, il Dio con noi manifestatosi in Gesù di Nazaret.

Il nome di Dio richiama il regno di Dio che è invocato affinché venga: è un Regno che nulla ha a che spartire con i regni che conosciamo. Dio è un re che alla sua tavola non invita notabili e cortigiani, civili ed ecclesiastici, ma invita poveri, storpi, ciechi, pubblicani e prostitute, tutti coloro quelli che ai nostri occhi non ne sarebbero degni.

Alla tavola del regno di Dio è distribuito il pane, per ciascuno, ogni giorno, affinché nessuno abbia a soffrire la fame e al contempo nessuno ne faccia accumulo speculandoci sopra. Il pane è condivisione: “Ho avuto fame e mi hai dato da mangiare” (cf. Mt 25,35). Il pane è spezzato e dato: Gesù lo assume come segno eloquente del suo corpo dato per l’umanità tutta. Imparare a condividere e imparare a perdonare sono azioni prossime.

Siamo capaci di perdono solo se prima ci riconosciamo peccatori, e peccatori perdonati; siamo capaci di condividere se riconosciamo tutto quanto ci è stato donato e condiviso. Entrambe sono azioni di grazia e di ringraziamento. Solo allora sarà possibile un autentico perdono, un’autentica condivisione non formale ma reale, vissuta nelle nostre fibre profonde.

In tutto questo non siamo mai soli, mai “abbandonati” al pericolo e alla tentazione. La nuova traduzione del Padre nostro rende maggiormente ragione di questo. Dio non ci abbandona e non ci ha mai abbandonato, a noi è data la libertà di riconoscere la sua presenza fedele e quotidiana, accanto a noi come Padre.

fratel Michele


Fonte

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