Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 31 Ottobre 2020

Gesù sa comprendere e trasmettere le logiche di Dio a partire dall’osservazione della realtà, dalla lettura intelligente degli eventi che vive, eventi comuni come un pranzo in giorno di festa. L’arte di Gesù nel leggere e interpretare il reale è un forte appello per noi, invitati a fare altrettanto: a scorgere la parola e lo stile di Dio che ci raggiungono tra le pieghe del quotidiano vivere.

Seduto a tavola, Gesù è innanzitutto coinvolto in un gioco di sguardi: osservato dai farisei, egli nota come si muovono nella sala. Gli occhi si incrociano, ma diverso è l’intento perché c’è modo e modo di guardare. Lo sguardo dei farisei è segnato dal sospetto e dalla diffidenza, che Gesù fa emergere nei versetti che precedono immediatamente il brano di oggi (cf. vv. 2-6); lo sguardo di Gesù è invece caratterizzato dalla lucidità e dal desiderio di andare oltre la superficie delle cose per trarre dalla vita un prezioso insegnamento. E i nostri sguardi?

Gesù osserva ciò che gli altri invitati esprimono in silenzio, parlando con il proprio corpo. C’è una tensione interiore che li guida nello scegliere i primi posti: è la logica mondana dell’apparenza, della visibilità. Una logica che ha una radice molto profonda nel cuore umano: l’orgogliosa presunzione di essere nel giusto e di valere più degli altri. Con l’invito a mettersi all’ultimo posto Gesù rivela che un’altra logica è possibile, che esiste una festa i cui criteri di partecipazione sono capovolti: è il banchetto del Regno. Quando si è invitati alla tavola imbandita da Dio stesso con cibi succulenti e vini raffinati (cf. Is 25,6) l’unica logica possibile è quella dell’autenticità. Si prende l’ultimo posto non per il gusto di sminuirsi – sarebbe solo falsa umiltà, ovvero un’altra forma di orgogliosa presunzione –, ma perché si riconosce di essere raggiunti così come siamo e lì dove siamo da un dono: non dobbiamo fare altro che accoglierlo. Alla festa delle nozze dell’Agnello non si entra per merito, ma per l’amore misericordioso di Dio; non si entra perché giusti, ma perché peccatori perdonati. Senza dimenticare che proprio Gesù ha preso l’ultimo posto, quello di colui che serve nella libertà e per amore.

La tavola dovrebbe essere luogo privilegiato della convivialità, ma Gesù svela come il senso profondo della mensa sia tradito dai farisei. Innanzitutto dal loro sguardo: quale fraternità può esserci se i commensali si osservano con sospetto, forse addirittura con il desiderio di cogliere in fallo un invitato? Poi, dall’esclusione di un uomo malato (cf. vv. 2-6): c’è vera festa se qualcuno non è accolto dove si celebra la vita? Ancora, dalla scelta dei primi posti: se intorno alla tavola esiste una gerarchia, come potrà mai essere spazio di fraternità? Infine, dalla selezione degli invitati (cf. vv. 12-14): se si fa posto solo a chi può ricambiare, che ne è della gratuità? Lo sguardo di Gesù interroga così anche le tavole delle nostre case e delle nostre comunità: a quale logica si ispirano? Alla prassi mondana che seleziona o allo stile del Regno che accoglie?

sorella Chiara


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