Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 30 Dicembre 2020

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Il vangelo dell’infanzia secondo Luca inizia nel tempio di Gerusalemme, durante la preghiera della sera con due anziani, Zaccaria ed Elisabetta, e ivi termina con il rendimento di lode di due anziani, Simeone e Anna. Oggi ci soffermiamo su tre versetti “marginali”: quanti si ricordano di questa anziana vedova, Anna? Eppure vicino al compimento della propria esistenza Gesù, nel tempio di Gerusalemme, indica ai suoi discepoli un’altra vedova povera che getta due monetine nel tesoro: nella sua miseria essa ha gettato tutta la sua vita.

All’inizio della buona notizia ci è chiesto di volgere lo sguardo al futuro, al compimento della promessa di Dio nell’oggi che diviene speranza, attesa, gioia, a partire da una storia fatta di tempo, di eventi dolorosi, di separazione, delle generazioni che ci hanno preceduto e fatta soprattutto di perseveranza, di fedeltà a Dio, alla vita, all’amore.

In tre versetti Luca ci consegna un’incredibile quantità di notizie su Anna, la profetessa. Come con Abramo, Dio sceglie una persona già in età avanzata e rilancia una promessa di vita e di futuro, lontano da qualsiasi cultura dello scarto o dell’efficienza.

Nell’impossibilità dell’uomo, Dio scrive una possibilità di vita e di amore che in nessuna condizione umana può essere negata. Questo è possibile se sappiamo prendere la distanza da noi stessi e dalla nostra storia, fuggendo le tentazioni nostalgiche di chi si aggrappa al passato, incapace di fare fiducia a un futuro che non può controllare. Anche il rimpianto o la paralisi nelle sofferenze della vita ci impediscono questa distanza, senza la quale siamo incapaci di cogliere la bellezza e la speranza nel tutto delle nostre esistenze. Solo una distanza adeguata ci aiuterà a riconoscere la presenza di Dio che ci sorprende mentre siamo troppo centrati su noi stessi. 

Pensando a questa anziana profetessa non posso non pensare a due figure di anziane; una monaca ancora curiosa della vita e desiderosa di sapere, dopo settanta anni di perseveranza monastica, e un’altra donna che ha dedicato la sua vita al sogno di una chiesa rinnovata, di un modo sempre nuovo di comunicare Dio al mondo. Quello che mi colpisce ogni volta che incontro queste donne è la curiosità viva nei loro occhi e la fedeltà perseverante e grata al disegno di Dio, che posso leggere direttamente sui loro volti di radiosa bellezza. Questi volti sono i volti di tanti anziani per i quali abbiamo pregato, sofferto, che sono stati nei nostri pensieri in questo tempo di pandemia. Queste parole del vangelo ci insegnano che, per ricominciare, dobbiamo farlo a partire dal tesoro della loro esperienza, per riconoscere e celebrare, liberi da noi stessi, il Dio con noi, presente nella storia nella minorità di un bimbo avvolto in fasce.

Siddharta, romanzo di Hermann Hesse, termina con l’incontro dell’anziano Govinda con il suo antico amico Siddharta, il cui volto luminoso rivela la sua piena comunione con ogni creatura. “Profondamente s’inchinò Govinda, sul suo vecchio viso scorsero lacrime, delle quali egli nulla sapeva, come un fuoco arse nel suo cuore il sentimento del più intimo amore, della più umile venerazione. Profondamente egli s’inchinò, fino a terra, davanti all’uomo che sedeva immobile e il cui sorriso gli ricordava tutto ciò ch’egli avesse mai amato in vita sua, tutto ciò che nella sua vita vi fosse mai stato di prezioso e sacro”.

Anche Simeone e Anna mostravano la stessa luminosità quando accolsero quel bambino che irradiava l’amore di Dio per l’umanità tutta presente, passata e futura.

fratel Nimal


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