Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 29 Ottobre 2020

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Nei brani di questi giorni Gesù compare nel pieno della sua attività di annuncio del Regno attraverso guarigioni e narrando parabole. La sua missione esprime libertà e fedeltà. Libertà dalle reazioni spesso ostili della gente rispetto a quello che dice o che compie, libertà anche dal successo che incontra dopo aver compiuto qualche segno che può destare stupore o una fugace attrazione verso quest’uomo capace di compiere gesti mai visti. Questa libertà è profondamente legata ad una fedeltà al Padre e al progetto di salvezza che il Padre lo ha mandato a compiere. Gesù sa bene che i gesti che compie e le parole che pronuncia traducono il disegno del Padre solo se nascono e producono libertà rispetto alle logiche del mondo. Logiche assoggettate al potere personale e pubblico e che hanno un influsso distruttivo in ogni relazione e non permettono la creazione di quelle relazioni di accoglienza e di misericordia verso l’altro su cui si basa il regno annunciato da Gesù. 

Il testo di oggi, non molto semplice a una prima lettura, esprime anch’esso la libertà e la fedeltà di Gesù al disegno del Padre. Oggi la posizione dei farisei non è molto ben decifrabile come è successo in altri testi in cui la loro opposizione verso Gesù era evidente ed esplicita. I farisei mettono in guardia Gesù da Erode perché lo vuole uccidere. Il loro avvertimento, al di là del fatto che sorga da un interesse buono verso Gesù o meno, mette in luce quanto essi siano legati al potere e quanto questo possa influire sulle loro vite. Essi, come suggeriscono a Gesù, sono pronti ad abbandonare la loro terra, cioè le loro convinzioni e il loro modo di agire, per avere salva la vita. Ma quale vita vivranno? Certo non libera come quella che Gesù vive e annuncia, libera da quella paura che mette in conto anche la morte, ma è una morte vissuta nella libertà e per amore, come spiega nelle righe successive del testo di oggi. La risposta di Gesù ai farisei è abbastanza provocatoria, prima di tutto per l’epiteto che dà a Erode: “volpe”. Nell’Antico Testamento la volpe è l’animale che rovina la vigna del Signore.

Gesù inoltre aggiunge che lui ha ben altro da fare che stare a pensare a come fuggire da Erode. Egli non ha nessuna intenzione di fermare il suo compito per investire le sue energie in una risposta alla minaccia di Erode: questo significherebbe sottomettersi al suo potere. No, egli ha da portare a compimento ciò per cui è stato inviato, deve proseguire il cammino, a costo della vita. Anche nell’ultima parte del brano compare un’ostinazione di Gesù. Prima si trattava di un’ostinazione ad andare avanti, nonostante gli ostacoli, ora invece è un’ostinazione diversa: un voler continuare a dimostrare quell’amore verso Gerusalemme nonostante il suo rifiuto. Anche adesso propone l’immagine di un animale. Se prima per descrivere la caratteristica del potere si serviva dell’immagine della volpe, che usa la propria furbizia solo per un proprio tornaconto, ora per esprimere quell’atteggiamento di amore e accoglienza verso l’altro che Gesù stesso ha incarnato verso la gente che ha incontrato e a cui si è fatto prossimo, utilizza l’immagine della chioccia che raccoglie attorno a sé i pulcini. Quale immagine più esplicita per esprimere la libertà da qualsiasi potere perché c’è un compito ben più importante da compiere, che è quello di prendersi cura di chi ci è stato affidato?

sorella Beatrice


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