Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 28 Ottobre 2020

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Con parole molto semplici oggi l’evangelista Luca ci narra un momento della vita di Gesù che è stato decisivo: per lui, per dodici uomini affascinati da lui e per tutta la chiesa in duemila anni di storia. 

Il momento è così decisivo che ha richiesto a Gesù un tempo lungo di preghiera, una notte intera di colloquio con il Padre per discernere la sua volontà in quella precisa situazione, su quelle precise persone tra quanti lo seguivano.

Al mattino, convocati i discepoli, Gesù ne scelse dodici da associare maggiormente a sé e ai quali diede il nome di apostoli, cioè “inviati”, sebbene al momento non li invii da nessuna parte, ma, anzi, li tenga presso di sé perché ascoltino il suo insegnamento. Per poter essere “inviati”, e quindi annunciatori di una Parola, occorre prima aver assimilato, fatto propria quella Parola. 

Questi dodici uomini hanno un volto preciso, una storia precisa alle spalle, come ci suggerisce l’elenco di nomi riportatoci da Luca; e non poteva essere altrimenti, perché la storia di salvezza è una storia “incarnata”, la storia di un Dio che sceglie di condividere la carne dell’uomo, e non può quindi che servirsi delle povere vite di uomini concreti per realizzarsi. 

E se tra questi dodici qualche nome ci è più familiare perché in modo più ampio ce ne parlano i vangeli, basti pensare a Simon-Pietro o a Giuda Iscariota, di altri nulla sappiamo o quasi… perfino i nomi sono incerti, perché alcuni differiscono nei corrispondenti elenchi di Matteo e Marco.

Ma di tutti sappiamo la cosa essenziale: se è vero che sono stati scelti da Gesù quel mattino, è anche vero che (eccetto Giuda Iscariota) essi hanno poi scelto Gesù, e hanno accettato e scelto di essere inviati: è per tramite loro che dopo la resurrezione la Parola si è diffusa in ogni luogo fino ad oggi. È grazie a loro che noi ne siamo raggiunti. Questo è l’essenziale, questo è ciò che resta della vita di questi uomini: non il loro mestiere, o qualche azione particolarmente coraggiosa o particolarmente avventata, né parole o discorsi umani, nemmeno il loro nome preciso talvolta… ciò che resta, e resterà fino alla fine dei giorni è il loro essersi lasciati coinvolgere con Gesù fino a “giocare” tutta la loro vita con lui, fino al “sì” definitivo a lui e al suo progetto di far arrivare la buona notizia fino ai confini del mondo. 

È il caso dei due santi apostoli di cui facciamo memoria oggi: Simone lo zelota e Giuda di Giacomo. Di loro i vangeli danno notizie scarne: sappiamo solo che Simone è detto “Zelota” (Cananeo in Marco e Matteo), e quindi forse era un ebreo zelante, disposto anche alla violenza pur di difendere la Legge; di Giuda il vangelo di Giovanni ci riporta una sola domanda posta a Gesù (Gv 14,22). 

Il resto della loro vita è silenzio; eppure la Chiesa ne fa memoria, grata e nella gioia, per l’unico essenziale: il loro “sì” incondizionato al progetto di Dio, che, secondo la tradizione posteriore ai vangeli, ha portato Simone fino in India e Giuda in Egitto, Mesopotamia e Persia, dove sarebbe stato ucciso. E a loro riserva il colore liturgico rosso, colore del sangue e del fuoco, il colore dei martiri, “testimoni” della fede.

sorella Annachiara


Fonte

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