Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 26 Settembre 2020

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Un diffuso stupore domina la breve pagina evangelica di oggi. Si tratta dello stupore ammirato che coglie tutti di fronte all’autorevolezza di Gesù, che con la sua parola potente ha appena liberato un uomo da uno spirito impuro. È uno stupore che forse intuisce il messaggio di salvezza a cui rimanda il gesto gesuano, ma che certo rischia di fraintenderlo. Ecco perché all’entusiasmo della folla Gesù contrappone una parola chiara ed esigente. Gesù non incanta né abbaglia, educa invece alla verità e alla libertà di un cammino: chi lo segue sappia che il sentiero non porta alla gloria mondana, ma al rifiuto di quanti aderiscono alle logiche del mondo. La gloria di Gesù è reale, ma non è a basso prezzo.

Vi è poi lo stupore sconcertato dei discepoli che non comprendono la parola del maestro sulla consegna nelle mani degli uomini. Certo la comunità di Gesù è spaventata dal destino della propria guida, ma il vero disappunto è più profondo e nasce da un verbo: essere consegnato. Gesù ha accolto il grido di un padre e gli ha consegnato un figlio guarito; possibile che il Padre celeste consegni il Figlio nelle mani violente degli uomini? Forse è questa la domanda intimorita che resta in gola agli amici di Gesù e che abita anche noi. Allora come intendere quest’azione divina? Come la conseguenza dell’amore senza limiti né misura. Il Padre non vuole la morte del Figlio, ma desidera che egli viva nell’amore anche qualora ciò significhi incontrare persecuzione e morte.

I discepoli tacciono perché in verità sanno che la passione attende anche loro: meglio non vedere e non ascoltare, far finta di niente sperando che la tempesta risparmi la vita. È un movimento umano in cui tutti possiamo riconoscerci. Gesù lo accoglie, ma cerca anche di correggerlo e in queste pagine lucane troviamo proprio una pedagogia del maestro verso la comunità. In Luca 9,51 Gesù inizierà la salita decisiva a Gerusalemme rendendo duro il proprio volto. In vista di quella meta guida i discepoli al senso ultimo dell’ascesa alla città santa: la rivelazione del vero volto del Messia. Dopo il primo annuncio della passione (cf. 9,21-27) Gesù ha preso con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e, salito sull’alto monte, è stato trasfigurato davanti a loro (cf. 9,28-36). Sceso dalla montagna ha liberato l’uomo dallo spirito impuro, quindi è tornato a parlare di quanto lo attende: attraverso questa alternanza di buio e luce, debolezza e forza, i discepoli devono imparare cosa sia davvero la gloria messianica; devono comprendere che non c’è vita risorta senza croce perché, in un mondo ingiusto, l’amore è rifiutato.

Incapaci di affrontare la portata delle parole di Gesù, i discepoli si concentreranno su altro: chi tra loro sia il più grande (cf. 9,46-48). Gesù li conduce lungo le logiche del Regno, ma il loro cuore – come il nostro – è radicato nei pensieri mondani. Se per Gesù più grande è colui che dona la vita, che ama nella gratuità fino alla fine, i discepoli di ogni tempo restano attratti dalla grandezza umana fatta di primati. Il cammino di conversione è lungo e doloroso, ma il Signore non si stanca di ri-orientarci: apriamo il cuore al suo insegnamento e non temiamo il sentiero che ci porta a Gerusalemme. 

sorella Chiara


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