Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 26 Giugno 2020

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Nel nostro vivere quotidiano e quindi anche nel nostro immaginario religioso prevale spesso la logica bancaria del do ut des. Si elargiscono favori per esigere il contraccambio, si aiuta una persona perché, non si sa mai, un giorno potrei avere io bisogno di aiuto. Sovente si prega Dio per ottenere una grazia super dettagliata, un miracolo ben confezionato. L’episodio che l’evangelista Matteo narra con tono asciutto e linguaggio perentorio inceppa questo meccanismo. Poche parole di due corpi che entrano in relazione e il prodigio è “servito” con naturalezza, nella gratuità più assoluta, senza logiche di mercato.

Il lebbroso non ha nulla da dimostrare, la sua malattia contagiosa si staglia con la forza dell’autoevidenza. Non ha meriti da spiattellare davanti a Gesù. Lui che vive una vita da escluso, emarginato, povero, non ha nulla da offrire all’uomo di Dio disceso dalla montagna. Eppure ha il coraggio di avvicinarsi, sfidando le leggi del distanziamento sociale imposte a uomini e donne del suo calibro, si prostra davanti all’uomo seguito da folle oceaniche e ci consegna perle di valore che solo i poveri sono in grado di donarci: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Non c’è nessuna pretesa, nessuna recriminazione, nessun sentimento di rabbia né timore reverenziale, nessun clamore. Il suo desiderio di vita lo mette in movimento, la sua ricerca dell’Altissimo lo fa prostrare a terra, giù in basso, ai piedi di Gesù.

Gesù non risponde con un sospeso “vediamo”, “lasciami il tempo di pensare” o un improbabile “ne parliamo più tardi, ora non ho tempo”. Un mero tendere la mano e un tocco: così Gesù reagisce all’avvicinarsi del lebbroso e al suo gesto di adorazione. Tende la mano e lo tocca, gli ridà dignità, si pone al suo livello, lo ama come mai nessuno lo ha amato. “Lo voglio”: il desiderio del lebbroso accende il desiderio di Gesù. Il malato senza nome sfida Gesù, Gesù accoglie la sfida. La logica di Dio è dare. Punto. “Do” è la sua nota dominante. Il resto della sinfonia, che sta a noi suonare, nasce da quella prima nota.

Quanto non detto in questo incontro! Eppure c’è tutto l’essenziale delle beatitudini del Regno appena proclamate. Quelli che sono poveri, nel pianto, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, operatori di pace, perseguitati sono davvero beati e Gesù adesso lo impara sulla sua pelle. Gesù ha appena finito di proclamare il discorso della montagna, ora i poveri gli insegnano a metterlo in pratica. La guarigione non è sgorgata da un dio umiliante e scontroso che alcuni guarisce e altri punisce, ma da un povero che ha assunto veramente la sua beatitudine, si è approssimato, ha molto amato e si è affidato con discrezione e libertà alla potenza gratuita del Signore.

Il silenzio ora è d’obbligo. Non ci sono parole che possano esprimere sì tanta dolcezza di gesti, sì tanto desiderio di vita e amore creazionale. La vita nasce nel silenzio di nove mesi di gestazione. C’è un pudore che le parole non possono sacrificare. C’è un segreto che va custodito nel più profondo del proprio cuore, come un tesoro geloso. C’è invece una testimonianza da rendere al sacerdote che ha il potere di attestare l’avvenuta guarigione. Perché l’ex-lebbroso sia reintegrato nella comunità, con formula piena.

fratel Giandomenico


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