Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 20 Gennaio 2022

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Un brano evangelico molto strano quello di oggi: dalla Galilea, terra di Gesù, una moltitudine di persone lo segue, una moltitudine che si ingrossa con gente che accorre anche dalla Giudea e Gerusalemme, da Tiro e Sidone, dall’Idumea e dalla Transgiordania, una folla che minaccia di schiacciare Gesù perché tutti i malati si gettano su di lui per toccarlo. Una folla che lo cerca, lo vuole ma Gesù si sottrae; gli spiriti impuri lo riconoscono come Figlio di Dio ma Gesù li zittisce. Nessuna guarigione qui: ne ha compiute molte in precedenza; nessun insegnamento: di tempi per il digiuno e di sabato per l’uomo Gesù ha già parlato, mentre deve ancora iniziare a parlare in parabole; la comunità dei dodici non è ancora costituita: i chiamati per ora sono due coppie di fratelli pescatori e un esattore delle tasse… 

Forse questi versetti ci aiutano a preparare il terreno del nostro cuore ad accogliere il seme che vi è appena stato gettato e ci dicono comunque qualcosa della buona notizia di Gesù. Ci dicono che è una buona notizia per tutti, ma il successo di folla non interessa a Gesù anzi, sembra infastidirlo: anche in Galilea, dalle sue parti, quando Simone e gli altri gli dicono che tutti lo cercano, Gesù si affretta ad andarsene altrove, nei villaggi vicini. Eppure questo successo popolare potrebbe fargli comodo, sarebbe una scorta preziosa: farisei ed erodiani infatti se ne sono appena andati a ragionare su come farlo morire. Ma Gesù non se ne preoccupa, non sfrutta il successo per difendersi dai nemici: lui è venuto a chiamare i peccatori, a prendersi cura dei malati sì, ma non in blocco, non come massa anonima: li sana uno per uno, li prende per mano come la suocera di Pietro, li chiama per nome come Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, Levi, figlio di Alfeo: persone precise, con nome e patronimico, una professione, povera e onesta o ricca e disprezzata che sia… 

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Sì, il Signore non ci chiama come numeri nella folla, bensì come persone uniche, a lui care nella specificità propria di ciascuno: gusta la cucina della suocera dell’uno e la tavolata degli amici dell’altro… Ciò non di meno, la chiamata di Gesù non ha come destinatari degli individui isolati, ripiegati su se stessi: è invece in vista di una comunità, affinché i discepoli stiano con lui e imparino da lui a vivere insieme. Solo in virtù di questo stare insieme, potranno poi andare in giro a predicare. Solo così diventeranno fratello, sorella, madre di Gesù. L’asciutto brano di vangelo odierno è allora lo iato tra la folla e la comunità, tra l’appartenere a una massa informe e divenire membra di un corpo vivo. 

Dalla qualità di questo stare insieme, dall’amore reciproco saremo riconosciuti come discepoli di Gesù e la nostra predicazione – fatta “se necessario anche con le parole”, come diceva san Francesco – sarà credibile: non dal nostro numero, non dai nostri successi, non dal nostro dire “Signore, Signore, Tu sei il Figlio di Dio!”, bensì dal nostro essere un cuore solo e un’anima sola.

fratel Guido


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