Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 2 Settembre 2019

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“Oggi si è compiuta questa Scrittura nei vostri orecchi”. 

Così risuona il cuore della buona notizia che ci attende per questo giorno.

Siamo dopo i vangeli dell’infanzia e dopo le tentazioni di Gesù, che si concludono con il ritorno in Galilea “nella forza dello Spirito”, quando “la sua fama si diffuse” e “insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi” (Lc 4,14-15). 

Ora l’evangelista Luca racconta dell’arrivo di Gesù a Nazaret e del suo entrare nella sinagoga del luogo dove era cresciuto. La narrazione coinvolge con una serie di azioni che portano alla citazione del profeta Isaia: Gesù si alza, riceve il libro, lo srotola, legge, poi lo arrotola di nuovo, lo restituisce e torna a sedersi. Gesti ordinati che invitano a sostare sulle parole lette e sulla reazione di chi ascolta: “gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. C’è molta attesa. Il momento deve essere stato denso, deve essere stato percepito come un passaggio importante, un segno di discontinuità. 

Quale brano si trova a leggere Gesù nell’inaugurare la sua missione? “Lo Spirito del Signore è sopra di me”. Nel pronunciare queste parole le avrà sentite concretamente rivolte a lui, saranno risuonate come parole vive, vere, compiute.

La presenza e il riconoscimento dello Spirito cambia, trasfigura, invia. L’unzione ricevuta ha come fine l’essere mandato, l’uscire da sé e andare verso altri, verso i “poveri”, verso chi si riconosce mancante, chi si sente schiacciato dai pesi della vita (e chi non lo è?).

La missione espressa dal profeta si declina innanzitutto come “portare la buona notizia ai poveri”, che sembra precisarsi con le azioni di libertà che seguono, azioni di vita che danno vita, nella fragilità di ogni esistenza.

L’attesa degli ascoltatori trova risposta nell’“oggi” pronunciato da Gesù. Oggi si compie quel che la Scrittura ci offre. Oggi, l’oggi di Gesù e ogni nostro oggi, perché è l’oggi di salvezza che viene a ciascuno e a tutti proprio nell’ascolto. Per questo il compimento avviene “negli orecchi”, nei nostri fragili orecchi, se solo proviamo a non restare nel frastuono di noi stessi, delle nostre pretese, dei nostri sguardi miopi.

La spiegazione di Gesù desta stupore e tuttavia anche scetticismo in chi presumeva di conoscerlo, di etichettarlo. Gesù spiazza rifacendosi non solo a Isaia, presentandosi come profeta dei tempi ultimi, della salvezza definitiva, ma anche al profeta Elia e alla sua potenza. Ecco che la tensione cresce divenendo rabbia violenta: vorrebbero far morire Gesù gettandolo giù dal monte. Eppure, annota letteralmente Luca, “passando in mezzo a loro, se ne andava”. Non “se ne andò”, perché è un imperfetto, il tempo della durata: Gesù passa sempre, in ogni nostro oggi, in mezzo a chi lo ascolta, a chi non lo ascolta, a chi si scandalizza, o a chi vorrebbe fare a meno di lui; passa e cammina, chiamandoci a seguirlo o precedendoci nel venirci incontro, destando il nostro ascolto perché il nostro oggi sia pieno.

sorella Silvia

Fonte

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Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio… Nessun profeta è bene accetto nella sua patria.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4, 16-30

In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Parola del Signore