Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 1 Luglio 2021

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Guariti, perdonati e liberi

Il continuo movimento di Gesù da una riva all’altra (cf. v. 1; Mt 8,18), incontrando gli uomini, oggi contrasta con l’immobilismo del “paralitico disteso su un letto” (v. 2), bloccato, quasi incollato, tutt’uno con il suo letto.

“Gli portavano un paralitico” (v. 2). Questo è ciò che noi vediamo nella scena narrata da Matteo, ma Gesù “vede la fede” (cf. v. 2) di chi gli porta il paralitico, la fede che muove le montagne (cf. Mt 17,20), di chi sposta un immobilizzato. Gesù non vede gesti clamorosi, dimostrazioni di fede sensazionali, vede un silenzioso gesto di cura, di apertura alla speranza lì dove la morte ha già messo il suo sigillo. Un’azione di fiducia, di abbandono: chi porta il paralitico riconosce la propria impotenza di fronte alla malattia e fa un gesto di consegna a colui che ha il “potere (exousía)” di guarirlo, a colui che è medico per le nostre vite. Gesù che vede nei cuori e conosce i pensieri in essi custoditi (cf. v. 4) risponde con una parola che rilancia la vita. E quando guarda a noi, cosa scorge nel nostro cuore? Da cosa siamo mossi?

Gesù, che è la vita, vede e agisce subito. Non gli serve tempo per calcolare, per decidere. Agisce attraverso una parola che chiede la collaborazione dell’uomo malato: “Vedendo la loro fede disse al paralitico: ‘Coraggio’” (v. 2). Anche Gesù non compie azioni sbalorditive, ma fa qualcosa che spesso ai nostri occhi è impossibile, impensabile: ridona possibilità alla vita. Echiede il coraggio della nostra fede. Di fronte alla nostra disperazione Gesù dona una nuova possibilità alla vita.

E poi Gesù agisce alleggerendo, eliminando ciò che impedisce il movimento: il peccato. Il peccato è una forza soggiogante, che imprigiona l’essere umano: ci fissa nei nostri fallimenti, ci immobilizza “nella fossa che ci siamo scavati” (cf. Sal 9,16). Gesù opera questo alleggerimento con la sua parola liberante che raggiunge l’essere umano nel suo intimo, in quel corpo e in quell’interiorità appesantiti da tante parole vecchie, in attesa di essere “toccati” da una parola di novità, consolati nel loro tormento, accarezzati nella loro solitudine e disperazione. E l’uomo accoglie una parola mai udita prima: la sua malattia, reputata una maledizione, è raggiunta dalla parola di benedizione, da una parola che libera da costrizioni interiori ed esteriori.

Gesù vuole guarire da questa paralisi che è di ogni tempo e di ogni essere umano, e porta il perdono. “Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati. Alzati prendi il tuo letto e va’ a casa tua” (v. 6). Il perdono ci solleva, ci rimette in cammino. Quel “letto” non è la nostra identità, è qualcosa che ci appartiene ma non ci definisce. Gesù libera e lascia liberi: rimanda quell’uomo alla sua origine, alla sua casa. Sarà lui ora a scegliere come vivere la sua guarigione.

Gesù porta all’essere umano la guarigione che è la misericordia di Dio come dono gratuito, sempre già avvenuto. Lo sguardo di un altro che ci guarda con amore ci può sollevare, può chiamare in vita qualcosa che noi nemmeno sapevamo di avere e di essere. Questo è il potere perdonante e amante di Dio. A noi è lasciato un potere: accettare e accogliere il perdono. Guariti siamo liberati dalle catene del peccato e possiamo tornare a vivere. Il perdono accolto,la parola liberatrice ascoltata ci fa essere ciò che siamo, figli e figlie: “Coraggio, figlio” (v. 2), sempre già nella relazione filiale con il Padre, generati per divenire creature nuove capaci di perdono.

sorella Elisa


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