Luciano Manicardi, Commento al Vangelo di venerdì 25 Dicembre 2020

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Piccolo è il Signore

L’Eucaristia della notte di Natale celebra il Cristo risorto e veniente nella gloria facendo memoria della sua nascita nella carne. Se nella notte pasquale cantiamo che “Cristo è veramente risorto!”, in questa notte cantiamo che il Risorto è veramente venuto nella carne umana condividendo il cammino di ogni uomo. Il mistero dell’incarnazione rinvia direttamente al mistero dell’amore di Dio. Il Dio che si fa uomo è simile a quel re che voleva sposare una ragazza poverissima e di infime origini e, per non umiliarla in alcun modo, si fece povero come lei divenendo anch’egli un servo e coronando così il suo sogno d’amore. Scrive Søren Kierkegaard a commento di questa storiella: “Questa è l’insondabilità dell’amore, il fatto di non diventare per scherzo, ma seriamente e veramente uguale all’amato… Ogni altro tipo di rivelazione sarebbe un’impostura per l’amore di Dio”. L’evento che oggi viene celebrato è il paradosso per cui Dio si è fatto uomo, il Creatore si è fatto creatura, l’Eterno si è fatto mortale, l’Onnipotente si è fatto impotente come un neonato.

E paradossale è la solenne collocazione di un evento così quotidiano e ordinario – la nascita di un bambino – all’interno del quadro della storia mondiale del tempo (Lc 2,1-2). La fede riconosce la presenza di Dio nel quotidiano, nella povertà e nella marginalità. Mentre l’imperatore Cesare Augusto, che godeva di titoli divini, dispiega il suo potere di controllo su tutti e ciascuno nel mondo ordinando un censimento della terra abitata, Dio manifesta la sua signoria sulla storia attraverso l’evento “invisibile” della nascita di un bambino che è il Salvatore, il Cristo Signore. Al censimento che si propone di contare i sudditi dell’impero (per motivi militari e fiscali), si oppone il popolo di Dio, il popolo dei santi che solo Dio conosce e di cui nessuna grandezza storica, religiosa o profana, può farsi padrona.

Il popolo dei redenti nell’Apocalisse è descritto come “moltitudine che nessuno poteva contare” (Ap 7,9) e il censimento del popolo di Dio ordinato da David nell’Antico Testamento viene condannato da Dio (cf. 2Sam 24; 1Cr 21). La forza della chiesa non sta nel numero dei suoi adepti, nei numeri esibiti che dicono forza e prestigio, né la chiesa è chiamata a schierarsi tra le forze attive e potenti nello spazio pubblico ponendo sul piatto della bilancia “i numeri” che può vantare. E questo non solo perché la massificazione implicita nella riduzione della persona a numero è sempre pericolosa, ma anche perché solo Dio scruta il cuore umano e conosce la fede dell’uomo, la quale abita una dimensione di mistero che non può essere violata.

La decisione dell’imperatore ha ripercussioni sulle vite di tanti che non possono che sottomettersi a quanto piomba su di loro dall’alto. Come “tutti andavano a farsi censire” (2,3), così anche Giuseppe dalla Galilea si recò in Giudea, a Betlemme, la città di Davide: “egli infatti apparteneva alla casa e alla famiglia di Davide” (2,4). Ma ecco che, proprio in quei giorni, venne per Maria, che era incinta, il momento del parto (2,5-6). Dice il v. 7: “(Maria) diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio” (2,7). Ovvero, Maria e Giuseppe si trovarono in una situazione di estrema precarietà e dovettero cercare riparo e ospitalità in una sorta di riparo di fortuna. La situazione era drammatica per le condizioni di Maria, incinta e prossima al parto. Avvenuto il parto, il neonato fu deposto in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nella stanza

. La parola katályma, che viene tradotta con “alloggio” dalla Bibbia di Gerusalemme, non indica un caravanserraglio o una locanda (Luca usa il termine pandokéion per designare, appunto, una locanda: Lc 10,34). In Lc 22,11 il termine katályma indica la stanza di una casa privata, una stanza destinata agli ospiti. L’allusione al fatto che non c’era posto per loro non va dunque intesa come rifiuto o non accoglienza, cosa praticamente impensabile dato lo statuto sacro dell’istituto dell’ospitalità, data la condizione di Maria che era incinta, dato il fatto che Giuseppe era di Betlemme e dunque aveva là parenti e conoscenti. Un luogo affollato come un caravanserraglio o già abitato e frequentato non consente la riservatezza, il pudore e la discrezione di cui abbisogna l’imminente nascita. Il luogo con la greppia era forse un luogo dismesso che poteva consentire che il parto avvenisse con una certa intimità e discrezione. Possiamo immaginare che i parenti di Giuseppe abbiano messo a disposizione questo ambiente e che non si trovò niente di meglio per culla che una greppia. Quel “non c’era posto per loro nella stanza” designa dunque l’estrema povertà e precarietà dell’ospitalità ricevuta. Indica le condizioni penose e precarie di due poveri costretti da decisioni politiche su cui non hanno alcun potere a compiere un viaggio pur in condizioni estremamente disagevoli essendo Maria incinta.

Il v.7 coglie la straordinarietà e l’unicità dell’incarnazione di Dio nell’evento ordinario di una nascita, di un parto. Noi parliamo giustamente di mistero della natività, ma accostare il termine mistero e quello di natività non allude solamente all’evento unico e irripetibile della nascita di Dio nella carne, ma indica anche che un mistero si cela al cuore di ciò che è più universalmente comune e riguarda ogni uomo: il nascere. Il nascere e il morire sono esperienze umane che Dio, in Cristo, ha condiviso. E tutto ciò che fa parte dell’evento traumatico e magnifico, doloroso e gioioso, passivo e vitale della nascita, è ormai patrimonio comune a Dio e all’uomo. L’umanissima esperienza del parto di Maria è così commentata da un padre della Chiesa: “La Scrittura ricorda il parto di Maria e dice: ‘Lo avvolse in fasce’; inoltre sono state proclamate beate le mammelle che lo hanno allattato. Ora, è impossibile che un corpo sia allattato e avvolto in fasce se prima non è stato partorito secondo natura” (Atanasio di Alessandria). L’arte cristiana non avrà alcun imbarazzo a raffigurare una Maria gravida, col ventre ingrossato, e che allatta il figlio al proprio seno.

In particolare, l’immagine del neonato “avvolto in fasce” (cf. Lc 2,7.12) designa da un lato, la fragilità e la debolezza del neonato e, dall’altro, la cura e la tenerezza di colei che lo avvolge. L’essere avvolto in fasce è segno dell’impotenza e della vulnerabilità proprie a ogni neonato, anche se destinato a un futuro glorioso come il re Salomone, il quale così si esprime secondo il libro della Sapienza: “Anch’io sono un uomo mortale uguale a tutti … La mia carne fu modellata nel grembo di mia madre, … Anch’io alla nascita ho respirato l’aria comune … Fui avvolto in fasce e circondato di cure” (Sap 7,1-4). Ma nel testo di Luca la debolezza del neonato designa anche la debolezza di Dio. Bernardo di Clairvaux si chiede che tipo di salvatore sia “uno che nasce in una stalla, è adagiato in una mangiatoia, è avvolto in fasce come gli altri, piange come tutti, e dorme come qualsiasi altro bambino”. E, parodiando il Sal 48,2 (“Grande è il Signore e degno di lode”), aggiunge: “Piccolo è il Signore e sommamente amabile; sì, piccolo è colui che è nato per noi”. Amabile perché piccolo. L’incontro di Dio con l’uomo avviene grazie alla debolezza. Maria, dal canto suo, compie i gesti materni di cura della vita che seguono il parto e tra questi, si può rilevare che il verbo tradotto con “adagiare”, in greco esprime l’atto di alzare in alto (anaklíno) e suggerisce che Maria, dopo aver fasciato il piccolo, lo abbia sollevato davanti a sé, quasi anticipando la sua stazione eretta, per guardarlo faccia a faccia, in una comunicazione personalissima e intensa, prima di coricarlo nella mangiatoia.

L’evento celebrato nella notte di Natale ci pone di fronte alla fragilità umana che appare in tutta la sua evidenza in un neonato che può sopravvivere solo se c’è chi di lui si prende cura e lo nutre e per lui fa tutto. Se Maria appare colei che accudisce e si prende cura del bambino, noi possiamo vedere nel capitolo secondo del vangelo di Matteo (Mt 2,16-18), che la fragilità del neonato può suscitare anche odio e violenza. Erode metterà a morte tutti i bambini al di sotto dei due anni per essere certo di eliminare il potenziale concorrente che può minacciare il suo potere, “il re dei giudei che è nato” (Mt 2,2). Non la fragilità umana è il problema, ma la risposta che noi le diamo: o cura e responsabilità, o esclusione e rigetto; o accoglienza e tenerezza o violenza e odio.

Il Natale afferma che Dio si rivela nella piccolezza umana. E questa è una delicata ma ferma contestazione di una religiosità che situa Dio nella forza e nell’imponenza. Qui sono l’impotenza e non la potenza, l’ordinario e non lo straordinario, l’umano e non il sovrumano, che rivelano la presenza di Dio. Forse per questo solo dei poveri, come i pastori di Betlemme, sanno accogliere tale rivelazione (2,8-14). Per loro ciò che è avvenuto è lieto evento, non motivo di scandalo. Certo, il discernimento della visita del Messia nella nascita di un bambino richiede un itinerario di fede: l’evento (“Maria diede alla luce il suo figlio”) richiede una parola che lo illumini, lo interpreti e ne indichi il senso (l’annuncio angelico: Lc 2,10-12), e sfocia nella celebrazione e nella lode (cf. Lc 2,14.20). Questa è la lettura di fede che noi siamo sempre chiamati a fare degli eventi.

A cura di: Luciano Manicardi
Fonte: Monastero di Bose