Lectio Divina del 29 Aprile 2018 – Ordine dei Carmelitani

Tempo di Pasqua

Orazione iniziale

Signore, Tu sei! E questo ci basta, per vivere, per continuare a sperare ogni giorno, per camminare in questo mondo, per non scegliere la via sbagliata della chiusura e della solitudine. Sì, Tu sei per sempre e da sempre; sei e rimani, o Gesù! E questo tuo essere è dono continuo anche per noi, è frutto sempre maturo, perché ce ne nutriamo e diventiamo forti di Te, della tua Presenza. Signore, apri il nostro cuore, apri il nostro essere al tuo essere; aprici alla Vita con la potenza misteriosa della tua Parola. Facci ascoltare, facci mangiare e gustare questo cibo dell’anima; vedi come ci è indispensabile! Manda, ora, il frutto buono del tuo Spirito, perché realizzi in noi ciò che leggiamo e meditiamo di te.

Lettura

Per inserire il brano nel suo contesto:

Questi pochi versetti fanno parte del grande discorso di Gesù ai suoi discepoli nel momento intimo dell’ultima cena e inizia col versetto 31 del cap. 13 prolungandosi fino a tutto il cap. 17. Si tratta di un’unità molto stretta, profonda e inscindibile, che non ha pari in tutti gli Evangeli e che ricapitola in sé tutta la rivelazione di Gesù nella vita divina e nel mistero della Trinità; è il testo che dice quello che nessun altro testo delle divine Scritture è capace di dire riguardo la vita cristiana, la sua potenza, i suoi compiti, la sua gioia e il suo dolore, la sua speranza e la sua lotta in questo mondo e nella Chiesa. Pochi versetti, ma traboccanti d’amore, di quell’amore fino alla fine, che Gesù ha deciso di vivere verso i suoi, verso di noi, ancora oggi e per sempre. In forza di questo amore, quale supremo e definitivo gesto di tenerezza infinita, che racchiude in sé ogni altro gesto d’amore, il Signore lascia ai suoi una presenza nuova, un modo nuovo di esserci: attraverso la parabola della vite e dei suoi tralci e attraverso la proclamazione del meraviglioso verbo rimanere, ripetuto più volte, Gesù dà inizio a questa sua storia nuova con ciascuno di noi, che si chiama inabitazione. Egli non è più presso di noi, perché torna al Padre, ma rimane dentro di noi.

Per aiutare nella lettura del brano:

vv. 1-3: Gesù rivela se stesso quale vite vera, che produce frutti buoni, vino ottimo per il Padre suo, che è l’agricoltore e rivela noi, i suoi discepoli, quali tralci, che hanno bisogno di rimanere uniti alla vite, per non morire e per portare frutto. La potatura, che il Padre compie sui tralci attraverso la spada della Parola, è una purificazione, una gioia, un canto.

vv. 4-6: Gesù consegna ai discepoli il segreto perché possano continuare a vivere il rapporto intimo con Lui: è il rimanere. Come Lui va dentro di loro e rimane in loro e non più al di fuori, presso, così anche loro devono rimanere in Lui, dentro di Lui; questo è l’unico modo per essere pienamente consolati, per poter reggere nel cammino di questa vita e poter dare il frutto buono, che è l’amore.

v. 7: Gesù, ancora una volta, lascia nel cuore dei suoi il dono della preghiera, la perla preziosissima, unica e ci spiega che dal rimanere in Lui noi possiamo imparare la vera preghiera, quella che chiede il dono dello Spirito Santo con insistenza e sa di essere esaudita.

v. 8: Gesù ci chiama ancora a Sé, ci chiede ancora di seguirlo, di farci ed essere sempre suoi discepoli. Il rimanere fa nascere la missione, il dono della vita per il Padre e per i fratelli; se rimaniamo veramente in Gesù, allora rimarremo veramente anche in mezzo ai fratelli, come dono e come servizio. Questa è la gloria del Padre.

1-3: Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto,

toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato.

4-6: Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come

tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

7: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.

8: In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Un momento di silenzio orante

Come tralcio, rimango, adesso, unito alla vite, che è il mio Signore e mi abbandono a Lui, mi lascio raggiungere dalla linfa della sua voce silenziosa e profonda, che è come acqua viva. Così rimango in silenzio e non mi allontano.

Alcune domande

Che mi aiutino a rimanere, a scoprire la bellezza della vite, che è Gesù; che mi conducano al Padre, per lasciarmi da Lui prendere e lavorare, certo del suo lavoro buono di agricoltore amoroso; e che mi sospingano dentro la linfa vitale dello Spirito, per incontrarmi con lui quale unica cosa necessaria, da chiedere senza stancarmi.

a) “Io sono”: è bello che il brano inizi con questa affermazione, che è come un canto di gioia, di vittoria del Signore, che Lui ama cantare continuamente dentro la vita di ognuno di noi. “Io sono”: e lo ripete all’infinito, ogni mattina, ogni sera, quando viene la notte, mentre dormiamo e non ce ne accorgiamo. Lui, infatti, è proprio in funzione di noi; è verso il Padre suo ed è verso di noi, per noi. Mi fermo su queste parole e non solo le ascolto, ma le faccio entrare dentro di me, nella mia mente, nella mia memoria più recondita, nel mio cuore, in tutti i sentimenti che mi abitano e la trattengo per ruminarla ed assorbire quel suo Essere nel mio essere. Comprendo, adesso, dentro questa Parola, che io non sono, se non in Lui e che non posso diventare nulla, se non rimanendo dentro l’essere di Gesù. Provo a scendere nel profondo del mio essere, vincendo le paure, attraversando tutto il buio che posso trovare e raccolgo quelle parti di essere, di me, che maggiormente sento senza vita. Le prendo in mano delicatamente e le porto da Gesù, le consegno al suo “Io sono”.

La vite mi fa venire in mente il vino, quel frutto così buono e prezioso, mi fa venire in mente l’alleanza che Gesù compie con noi, nuova ed eterna, alleanza d’amore, che nulla e nessuno potrà mai spezzare. Sono disposto a rimanere dentro questo abbraccio, dentro questo sì continuo della mia vita, che si lascia intrecciare con la sua? Alzerò anch’io, insieme al salmista, il calice dell’alleanza, invocando il nome del Signore e dicendogli che, sì, anch’io gli voglio bene?

Gesù definisce il Padre suo come “agricoltore” o “vignaiolo”, utilizzando un termine molto bello che porta dentro di sé tutta la forza dell’amore che si dedica al lavoro della terra; esprime un piegarsi sulla terra, un avvicinarsi del corpo e dell’essere, un contatto prolungato, uno scambio vitale. Il Padre fa proprio così con noi! San Paolo dice però: “L’agricoltore, che si affatica, dev’essere il primo a raccogliere i frutti della terra” (2 Tim 2, 6) e insieme a lui san Giacomo ci ricorda che “l’agricoltore aspetta pazientemente i frutti della terra” (Gc 5, 7). Deluderò, io terra, l’attesa del Padre che mi coltiva ogni giorno, vangandomi, sgombrandomi dai sassi, mettendomi concime buono e costruendomi una siepe tutto attorno perché io rimanga protetto? A chi consegno i frutti della mia esistenza, del mio cuore, della mia mente, della mia anima? Per chi sono io, per chi decido e scelgo di vivere ogni giorno, ogni mattina, quando mi alzo?

Seguo con attenzione il testo e metto in evidenza due verbi, che si ripetono con molta frequenza: “portare frutto” e “rimanere”; capisco che queste due realtà sono simbolo della vita stessa e sono una intrecciata all’altra, una dipendente dall’altra. Solo rimanendo è possibile portare frutto e, in realtà, l’unico vero frutto che noi discepoli possiamo portare in questo mondo è proprio il rimanere. Dove rimango io, ogni giorno, per tutto il giorno? Con chi rimango? Gesù collega sempre questo verbo a quella particella stupenda, gigantesca: “in me”. mi confronto con queste due parole: io sono “in”, cioè sono al di dentro, vivo nel profondo, scavo alla ricerca del Signore come si scava per un pozzo (cfr. Gn 26, 18) o per i tesori (Pr 2, 4), oppure sono al di fuori, sempre disperso alle varie superfici di questo mondo, lontano il più possibile dall’intimità, dal rapporto e dal contatto con il Signore?

Per due volte Gesù ci mette davanti la realtà della sua Parola e ci rivela come sia essa a renderci puri e sia ancora essa ad aprirci la via della preghiera vera; la Parola ci viene annunciata e donata come presenza permanente in noi; anch’essa, infatti, ha la capacità di rimanere, di fare la sua casa nel nostro cuore. Però devo chiedermi: che orecchie ho, io, per ascoltare questo annuncio di salvezza e di bene, che il Signore mi rivolge attraverso le sue Parole? Faccio spazio all’ascolto, a questo ascolto profondo, di cui tutta la Scrittura mi parla continuamente, dalla Legge, ai Profeti, ai Salmi, agli Scritti apostolici? Mi lascio trovare e raggiungere fino al cuore dalla Parola del Signore nella preghiera, o preferisco affidarmi ad altre parole, più leggere, più umane e simili alle mie? Ho paura della voce del Signore, che mi parla con premura e sempre?

Una chiave di lettura

Come tralcio, cerco il modo per restare sempre più innestato nella mia Vite, che è il Signore Gesù. Bevo, in questo momento, dalla sua Parola la linfa buona, cercando di penetrare più in profondità per assorbirne il nutrimento nascosto, che mi trasmette la vera vita. Sto attento alle parole, ai verbi, alle espressioni che Gesù usa e che mi richiamano ad altri passi delle divine Scritture e mi lascio, così, purificare.

L’incontro con Gesù, l’Io Sono

Questo brano ci offre uno dei testi in cui compare questa espressione così forte, che il Signore ci rivolge per rivelare a noi se stesso. E’ molto bello percorrere un cammino lungo tutta la Scrittura, alla ricerca di altri testi come questo, in cui la voce del Signore ci parla così direttamente di sé, della sua essenza più profonda. Quando il Signore dice e ripete all’infinito e in mille modi, in mille sfumature diverse “Io Sono”, non lo fa per annientarci o umiliarci, ma solo per la forza traboccante del suo amore verso di noi, che vuole renderci partecipi e vivi di quella stessa vita che a Lui appartiene. Se dice “Io Sono”, è per dire anche “Tu Sei” e dirlo ad ognuno di noi, ad ogni suo figlio e figlia che viene in questo mondo. E’ una trasmissione feconda e ininterrotta di essere, di essenza e io non voglio lasciarla cadere a vuoto, ma voglio raccoglierla e accoglierla dentro di me. Seguo, allora, la traccia luminosa del “Io Sono” e cerco di soffermarmi ad ogni passo. “Io sono il tuo scudo” (Gen 15, 1), “Io sono il Dio di Abramo tuo padre” (Gen 24, 26), “Io sono il Signore, che vi ha liberati e ancora vi libererò dall’Egitto” (cfr. Es 6) e da ogni faraone, che attenterà alla vostra vita, “Io sono colui che ti guarisce” (Es 15, 26). Mi lascio raggiungere dalla luce e dalla potenza di queste parole, che compiono il miracolo di cui parlano; lo compiono anche oggi, proprio per me, in questa lectio. E poi continuo e leggo, nel libro del Levitico, per almeno 50 volte questa affermazione di salvezza: “Io sono il Signore” e credo a questa parola e aderisco ad essa con il mio essere, con il mio cuore e dico: “Sì, davvero il Signore è il mio Signore; Lui e non un altro!” Noto che la Scrittura va sempre più a fondo; mano a mano che il cammino procede, anch’essa procede dentro di me e mi porta in un rapporto sempre più intenso con il Signore; il libro dei Numeri, infatti, comincia a dire: “Io sono il Signore, che dimoro in mezzo agli Israeliti” (Num 35, 34). “Io sono” è il presente, colui che non si allontana, non volta le spalle per andarsene; è colui che si prende cura di noi da vicino, dal di dentro, come soltanto lui può fare; leggo Isaia e ricevo vita: 41, 10; 43, 3; 45, 6 etc.

Il santo Evangelo è un’esplosione di essere, di presenza, di salvezza; lo ripercorro, soprattutto facendomi guidare da Giovanni: 6, 48; 8, 12; 10, 9. 11; 11, 15; 14, 6; 18, 37. Gesù è il pane, la luce, la porta, il pastore, la risurrezione, la via, la verità, la vita, è il re; è tutto questo per me, per noi e così voglio accoglierlo, conoscerlo e amarlo e voglio imparare, dentro queste parole, a dirgli: “Signore, tu sei!”. E’ questo “Tu” che dà significato al mio io, che fa della mia vita una relazione, una comunione; so con certezza che solo qui io gioisco pienamente e vivo per sempre.

La vigna, la vite vera e il suo frutto buono

Vigna di Dio è Israele, vigna prediletta, vigna scelta, vigna piantata su un colle fertile, in un luogo con la terra ripulita, sarchiata, liberata dai sassi, vigna custodita, lavorata, amata, diffusa e che Dio stesso ha piantato (cfr. Is 5, 1s; Ger 2, 21). Tanto amata è questa vigna che mai ha cessato di risuonare, per lei, il cantico d’amore del suo diletto; note forti e dolci allo stesso tempo, note portatrici di vita vera, che hanno attraversato l’antica alleanza e sono giunte, ancora più chiare, fino alla nuova alleanza. Prima cantava il Padre, ora canta Gesù, ma in entrambi è la voce dello Spirito che si fa sentire, come dice il Cantico dei Cantici: “La voce della tortora ancora si fa sentire… e le viti spandono fragranza” (Ct 2, 12s). E’ il Signore Gesù che ci attira, che ci porta dall’antico al nuovo, da amore in amore, verso una comunione sempre più forte, fino all’identificazione: “Sono io questa vigna, ma siete anche voi, in me”. Quindi è chiaro: la vigna è Israele, è Gesù e siamo noi. Sempre la stessa, sempre nuova, sempre più eletta e prediletta, amata, curata, custodita, visitata: visitata con le piogge e visitata con la Parola, mandata dai profeti giorno per giorno, visitata con l’invio del Figlio, l’Amore, che aspetta l’amore, cioè il frutto. “Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica” (Is 5, 2); la delusione è sempre in agguato, nell’amore. Mi soffermo su questa realtà, mi guardo dentro, cerco di scoprire i luoghi di chiusura, di aridità, di morte; perché la pioggia non è arrivata? Mi ripeto questa parola, che risuona spesso lungo le pagine bibliche: “Il Signore aspetta.” (vedi Is 30, 18; Lc 13, 6-9). Vuole i frutti della conversione (cfr. Mt 3, 8), come ci manda a dire per bocca di Giovanni, i frutti della parola, che nascono dall’ascolto, dall’accoglienza e dalla custodia di essa, come ci dicono i sinottici (cfr. Mt 13, 23; Mc 4, 20 e Lc 8, 15), i frutti dello Spirito, come spiega Paolo (cfr. Gal 5, 22). Vuole che “portiamo frutto in ogni opera buona” (Col 1, 10), ma più di tutto, mi sembra, il Signore aspetta e desidera il “frutto del grembo” (cfr. Lc 1, 42), cioè Gesù, per il quale siamo veramente benedetti e beati. Gesù, infatti, è il seme che, morendo, porta molto frutto dentro di noi, nella nostra vita (Gv 12, 24) e sconfigge ogni solitudine, ogni chiusura, spalancandoci ai fratelli. Questo è il frutto vero della conversione, seminato nella terra del nostro grembo; questo è diventare suoi discepoli e infine, questa è la vera gloria del Padre.

La potatura come purificazione che dà gioia

In questo passo evangelico il Signore mi offre anche un altro cammino, da compiere dietro a Lui e insieme a Lui: è un cammino di purificazione, di rinnovamento, di risurrezione e vita nuova. E’ velato dal termine “potare”, ma posso cercare di scoprirlo meglio, di illuminarlo grazie alla Parola stessa, che è l’unica vera maestra, l’unica guida sicura. Il testo greco usa il termine “purificare” per indicare questa azione del vignaiolo nei confronti della sua vite; certo, rimane vero che Lui pota, che taglia con la spada affilata della sua Parola (Eb 4, 12) e che ci fa sanguinare, a volte, ma rimane ancora più vero il suo amore, che solamente penetra, sempre più a fondo, in noi e così purifica, lava, raffina. Sì, il Signore siede come lavandaio per purificare, o come orafo, per rendere splendente e luminoso l’oro che è nelle sue mani (cfr. Mal 3, 3). Gesù porta con sé una purificazione nuova, quella promessa tanto a lungo dalle Scritture e attesa per i tempi messianici; non è più la purificazione che avveniva mediante il culto, mediante l’osservanza della legge o i sacrifici, purificazione solo provvisoria, incompiuta, temporanea e figurativa. Gesù realizza una purificazione intima, totale, quella del cuore e della coscienza, quella cantata da Ezechiele: “Vi purificherò da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo. Quando vi avrò purificati da tutte le vostre iniquità, vi farò riabitare nelle vostre città e le vostre rovine saranno ricostruite.” (Ez 36, 25s. 33). Leggo anche Ef 5, 26 e Tt 2, 14, testi molto belli e ricchi, che mi aiutano ad entrare meglio dentro la luce e la grazia di questa opera di salvezza, di questa potatura spirituale che il Padre compie in me.

C’è un versetto del Cantico che può aiutarmi ancora di più a comprendere; dice così: “Il tempo del canto è tornato” (Ct 2, 12), usando, però, un verbo che significa al tempo stesso “potare, tagliare” e “cantare”. Quindi la potatura è tempo di canto, di gioia. E’ il mio cuore che canta, davanti e dentro la Parola, è la mia anima che gioisce, per la fede, perché so che attraverso questo lungo, ma magnifico pellegrinaggio nelle Scritture, anch’io vengo reso partecipe della vita di Gesù, vengo unito a Lui, il puro, il santo, l’immacolato Verbo e rimanendo, così, in Lui, anch’io vengo lavato, vengo purificato con la purezza infinita della sua vita. Non per me, non per rimanere solo, ma per portare molto frutto, per dare foglie e fronde che non appassiscano, per essere tralcio, insieme a tanti tralci, nella vite di Gesù Cristo.

Un momento di preghiera: Salmo 1

Meditazione sulla felicità di chi vive della Parola e grazie ad essa porta frutto

Rit. La tua Parola è la mia gioia, Signore!

Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Rit.

Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere. Rit.

Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti.

Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina. Rit.

Orazione Finale

Signore, ho ancora tutta la luce della tua Parola dentro di me; tutta la forza risanatrice della tua voce mi risuona ancora nel profondo dell’essere! Grazie, o mia Vite, o mia linfa; grazie, o mia dimora, nella quale posso e desidero rimanere; grazie, o mia forza nell’agire, nel compiere ogni cosa; grazie, mio maestro! Tu mi hai chiamato ad essere tralcio fecondo, ad essere io stesso frutto del tuo amore per gli uomini, ad essere vino che rallegra il cuore; Signore, aiutami a realizzare questa tua Parola benedetta e vera. Solo così, infatti, io vivrò veramente e sarò, come Tu sei e rimani.

Non permettere, o Signore, che io mi sbagli così tanto da voler rimanere in te, come tralcio nella sua vite, senza gli altri tralci, i miei fratelli e le mie sorelle; sarebbe il frutto più acerbo, più sgradevole di tutti. Signore, io non so pregare: insegnami Tu e fa che la mia preghiera più bella sia la mia vita, trasformata in un grappolo d’uva, per la fame e la sete, per la gioia e la compagnia di chi verrà presso la vite, che sei Tu. Grazie, perché Tu sei il vino dell’Amore!

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