Lectio divina 15 aprile 2018 – Suore di Casa Raffael

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Domenica della Terza Settimana di Pasqua (Anno B)

Lectio:

  • 1 Lettera di Giovanni 2, 1 – 5
  • Luca 24, 35 – 48

1) Orazione iniziale

O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa’ di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore.

2) Lettura: 1 Lettera di Giovanni 2, 1 – 5

Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.

3) Commento su 1 Lettera di Giovanni 2, 1 – 5

● Giovanni dice: In questo lo conosciamo se osserveremo i suoi comandamenti. Quali comandamenti? Chi dice di conoscerlo e non osserva i suoi comandamenti è menzognero e in lui non c’è verità. Ma tu torni a chiedere: quali comandamenti? Giovanni ti dice: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l’amore di Dio (1 Gv 2, 3-5). Vediamo se questo comandamento non sia l’amore. Ci domandavamo quali fossero questi comandamenti e Giovanni ci risponde: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l’amore di Dio. Esamina il Vangelo e vedi se non è questo precisamente quel comandamento. Dice il Signore: Vi dò un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). A questo segno noi conosciamo di essere in lui, se in lui saremo perfetti (1 Gv 2, 5). Egli parla di perfetti nell’amore. Ma qual’è la perfezione dell’amore? È amare anche i nemici ed amarli perché diventino fratelli. Il nostro amore infatti non deve essere carnale. È buona cosa chiedere per un altro la salute del corpo; ma se questa mancasse, non deve scapitarne la salute dell’anima. Se auguri al tuo amico la vita, fai bene. Se ti rallegri per la morte del tuo nemico, fai male. Forse la vita che auguri all’amico è inutile, mentre quella morte del nemico di cui ti rallegri, può essere a lui utile. Non è certo se questa nostra vita sia utile o inutile, mentre è indubbiamente utile la vita presso Dio. Ama i tuoi nemici con l’intento di renderli fratelli; amali fino a farli entrare nella tua cerchia. Così ha amato colui che, pendendo sulla croce, disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Non che abbia detto: Padre, costoro abbiano una vita lunga; loro che mi uccidono abbiano a vivere; ma ha detto: Perdona loro perché non sanno quello che fanno. Egli li volle preservare da una morte perpetua con una preghiera piena di misericordia e di forza. Molti tra essi credettero e fu loro perdonato di aver versato il sangue di Cristo. Quando si mostrarono crudeli, versarono quel sangue; quando credettero, lo bevvero. In questo noi conosciamo che siamo in lui, se in lui saremo perfetti. Il Signore ci ammonisce ad essere perfetti quando ci parla del dovere di amare i nemici: Siate dunque perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste (Mt 5, 48). Chi dunque dice di rimanere in lui, deve camminare come lui camminò (1 Gv 2, 6). In quale modo, o fratelli? Che ammonizione è questa? Colui che dice di rimanere in lui – cioè in Cristo – deve camminare come lui camminò. Che ci ammonisca forse di camminare sul mare? No, evidentemente. Ci ammonisce invece di camminare nella via della giustizia. Quale via? L’ho ricordato. Egli, quando era inchiodato alla croce, camminava proprio su questa via, che è la strada della carità. Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Se dunque imparerai a pregare per il tuo nemico, camminerai sulla strada del Signore.

● Dilettissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico, che avevate fin dall’inizio. Quale antico comandamento intende ricordare? Quello che avevate fin dall’inizio. Esso è vecchio in quanto già l’avevate udito. Altrimenti sarebbe in contraddizione col Signore che disse: Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate a vicenda. Ma perché lo chiama comandamento vecchio? Non perché riguarda il vecchio uomo. Perché allora? Perché è: Quello che avevate fin dall’inizio. Il comandamento vecchio è la parola che avete udito (1 Gv 2, 7). Vecchio dunque perché già l’udiste. Ma Giovanni ci mostra che si tratta anche di un comandamento nuovo, quando dice: Ancora vi scrivo un comandamento nuovo. Non un altro comandamento ma quel medesimo che chiamò vecchio ed è ad un tempo vecchio e nuovo. Perché? Ciò si è verificato in lui ed in voi. Avete udito perché esso viene detto vecchio: perché già lo conoscevate. Perché allora viene detto nuovo? Perché: le tenebre se ne sono andate ed ormai splende la luce vera (1 Gv 2, 8; cf. Gv 13, 34). Da ciò deriva che si tratta di un comandamento nuovo: le tenebre riguardano l’uomo vecchio, la luce l’uomo nuovo. Che dice l’apostolo Paolo? Spogliatevi dell’uomo vecchio e rivestitevi dell’uomo nuovo (Col 3, 9-10). Che dice ancora? Un tempo voi foste tenebre, ora siete luce nel Signore (Ef 5, 8).

4) Lettura: dal Vangelo secondo Luca 24, 35 – 48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

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Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

5) Riflessione sul Vangelo secondo Luca 24, 35 – 48

● Il brano del vangelo racconta ciò che è avvenuto nel cenacolo il giorno di Pasqua. Mentre i discepoli di Emmaus raccontavano l’incontro con il Risorto, Egli è apparso in mezzo a loro e si è reso presente come Colui che porta la pace, il dono messianico per eccellenza. I discepoli erano increduli e spaventati: allora Gesù li ha invitati a guardare le Sue mani e i Suoi piedi, che portavano le ferite della crocifissione: Egli ha mostrato così di essere il Crocifisso Risorto. Ma poiché essi ancora stentavano a credere, Gesù ha mangiato qualcosa, per mostrare di non essere un fantasma. Questa è la cronaca dell’episodio, poi l’evangelista ne coglie il significato alla luce della Parola di Dio: il mistero pasquale è il compimento delle Scritture, che annunziavano che il Messia “doveva” patire, morire e risuscitare il terzo giorno. In forza dell’apparizione e della comprensione del mistero pasquale, i discepoli sono stati inviati in missione: essi sono diventati testimoni diretti, capaci di rendere ragione della propria fede, predicando nel “nome di Gesù”, cioè con la Sua autorità, la conversione e il perdono dei peccati. Cosa dice a noi oggi questo vangelo? Noi facciamo esperienza di Gesù risorto specialmente nella Eucaristia domenicale: essa non è solo memoria di ciò che Gesù ha detto e fatto, ma incontro con Lui nello Spirito Santo; da questo incontro scaturisce il mandato di essere testimoni del Risorto nel mondo. Chiediamo allora la grazia di vivere la Messa domenicale non nell’abitudinarietà bensì nella scoperta sempre nuova del volto di Cristo, per testimoniarlo con entusiasmo nel mondo.

● Quel tocco del Risorto che trasfigura.

Non sono un fantasma!

Mi colpisce il lamento di Gesù, una tristezza nelle sue parole, ma ancor più il suo desiderio di essere toccato, stretto, abbracciato come un amico che torna: Toccatemi. E pronuncia, per sciogliere le paure e i dubbi, i verbi più semplici e più familiari: Guardate, toccate, mangiamo! Non a visioni d’angeli, non a una teofania gloriosa, gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni. Gesù vuole entrare nella vita concreta dei suoi, esserne riconosciuto come parte vitale. Perché anche il Vangelo non sia un fantasma, un fumoso ragionare, un rito settimanale, ma roccia su cui costruire, sorgente alla quale bere. La bella notizia: Gesù non è un fantasma, ha carne e sangue come noi. Questo piccolo segno del pesce, gli apostoli lo daranno come prova: noi abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41). Perché mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata, che lega insieme e custodisce e accresce le vite, figlio delle nostre paure o delle nostre speranze.

Il Risorto non avanza richieste, non detta ordini. La sua prima offerta è «stare in mezzo» ai suoi, riannodare la comunione di vita. Viene e condivide pane, sguardi, amicizia, parola. Non chiede, regala. Non chiede di digiunare per lui, ma di mangiare con lui. Vuole partecipare alla mia vita e che io condivida la sua. Ma in un sentimento di serenità, di distensione.

Infatti la sua prima parola è: pace a voi! Pace, che è il riassunto dei doni di Dio. È la serenità dello spirito che ci permette di capirci, di fare luce nei nostri rapporti, di vedere il sole più che le ombre, di distinguere tra un fantasma e il Signore. Solo il cuore in pace capisce. Infatti, il Vangelo annota: Aprì loro la mente per comprendere le Scritture. Perché finora avevano capito solo ciò che faceva comodo, solo ciò che li confermava nelle loro idee. C’è bisogno di pace per cogliere il senso delle cose. Quando sentiamo il cuore in tumulto è bene fermarci, fare silenzio, non parlare.

Mi consola la fatica dei discepoli a credere, il loro oscillare tra paura e gioia. È la garanzia che la risurrezione di Gesù non è una loro invenzione, ma un evento che li ha spiazzati. Lo conoscevano bene, il Maestro, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro. Perché la Risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di prima: è andare avanti, è trasformazione, è il tocco di Dio che entra nella carne e la trasfigura.

● Un Dio che si fa vita quotidiana.

Il primo gesto del Signore è, sempre, una offerta di comunione: «toccatemi, guardate». Ma dove oggi toccare il Signore? Forse lo tocco quando Lui mi tocca: con il bruciore del cuore, con una gioia eccessiva, con una gioia umilissima, con le piaghe della terra, con il dolore o la carezza di una creatura.  La gente è il corpo di Dio, lì lo posso toccare.

«Avete qualcosa da mangiare?». Mangiare è il segno della vita; farlo insieme è il segno più eloquente di un legame rifatto, di una comunione ritrovata, il gesto quotidiano della vita che va e continua. Lui è l’amico che dà sapore al pane. E mi assicura che la mia salvezza non sta nei miei digiuni per lui, ma nel suo mangiare con me pane e sogni; la sua vicinanza è un contagio di vita. Lo conoscevano bene Gesù, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure ora non lo riconoscono. Perché la Risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di prima: è trasformazione.

Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro.

«Aprì loro la mente per comprendere le Scritture». E il respiro stretto del cuore entra nel respiro largo del cielo, se ti fai mendicante affamato di senso, se leggi con passione e intelligenza la Parola. Perché finora abbiamo capito solo ciò che ci faceva comodo. Siamo stati capaci di conciliare il Vangelo con tutto: con la logica della guerra, con l’idolo dell’economia, con gli istinti.

«Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono». Il perdono è la certezza che nulla e nessuno è definitivamente perduto, è il trionfo della vita, riaccensione del cuore spento, offerta mai revocata e irrevocabile di comunione.

Cristo non è un fantasma, è vestito di umanità, è sangue vivo dei giorni, è il sangue della primavera del mondo. Ha braccia anche per me, per toccare e farsi toccare; capace, tornando, di rendere la mia speranza amore.

6) Momento di silenzio

perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

7) Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.

1) Qual è il nostro atteggiamento nei confronti della Parola di Dio? Siamo disponibili che egli apra la nostra mente all’ascolto e alla comprensione (“l’intelligenza”) di quanto egli ci vuole dire?

2) Nella nostra vita di famiglia o di Comunità ci presentiamo a Dio con i nostri progetti, i nostri percorsi, i nostri desideri, con un contratto sotto il quale egli debba solo mettere la sua firma, oppure siamo disponibili ad accettare che sia lui a fare il progetto per noi?

3) Che posto occupano gli ultimi della fila nella nostra vita? L’ultimo o il primo posto?

4) Siamo disponibili ogni giorno alla conversione del cuore? A cambiare strada quando questa ci allontana dagli altri? A ricercare, nei nostri modelli etici, l’autenticamente umano e la disponibilità alla cura delle persone?

5) Il perdono, all’interno della nostra famiglia o della nostra Comunità, è un atto formale oppure un gesto quotidiano che nasce dalla consapevolezza che Dio ci perdona e ci ama ogni istante della nostra vita?

8) Preghiera: Salmo 4

Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.

Quando t’invoco, rispondimi, Dio della mia giustizia!
Nell’angoscia mi hai dato sollievo;
pietà di me, ascolta la mia preghiera.

Sappiatelo: il Signore fa prodigi per il suo fedele;
il Signore mi ascolta quando lo invoco.

Molti dicono: «Chi ci farà vedere il bene,
se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?».

In pace mi corico e subito mi addormento,
perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare.

9) Orazione Finale

Apri il nostro cuore, Signore, alla comprensione della tua Parola e trasforma la nostra tristezza nella speranza certa della tua presenza in mezzo a noi.

Suore di Casa Raffael

c/o Monastero Adoratrici del SS. Sacramento

Via G. Byron 15 – 16145 Genova

tel. 010.811156 (ore 9 – 12)

cell. 338.280.76.23  e  338.50.75.610

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