Gesuiti – Commento al Vangelo del giorno, 9 Marzo 2020 – Lc 6, 36-38

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È entrata l’ultima persona prima di te, tra poco il tuo cognome verrà pronunciato e tu dovrai entrare a sostenere l’esame; senti la solita, fortissima ansia. Arriva il classico amicone sorridente, che ti vede nel corridoio, capisce la situazione e deve assolutamente fare la sua parte: “Ehi! Ma che ti preoccupi a fare, è un esame facilissimo! Stai tranquillo, mi raccomando, va tutto liscio!”. Tu in quel momento lo detesti come detesti chi ti dice di non essere arrabbiato quando sei arrabbiato, di non essere invidioso quando sei invidioso, di non avere paura quando hai paura, di non avere fretta quando sei tempestato di impegni.

E, diciamocelo, anche Gesù qui sa proprio di maestrino antipatico, con la sua assurda lista di cose da fare: perché sì, magari per educazione e quieto vivere non mi metterò a litigare col mio coinquilino/amico/parente/partner/fratello (in una parola, col mio prossimo) per ogni suo sbaglio, a fargli notare ogni sua mancanza, a discutere per ogni cosa… Però, Gesù, non puoi chiedermi di non giudicarlo, di perdonarlo dentro di me, di togliergli il broncio: lui mi dà fastidio! Se anche provo a non pensarci quel che mi ha fatto continua a tornarmi in mente e innervosirmi!

Eppure qui lui lo fa, lo chiede. Non gli basta che evitiamo di sparlare, non gli bastano i “tranquillo, non fa niente” detti a denti stretti: vuole che il nostro perdono sia interiore e profondo, che siamo capaci di assumere la prospettiva dell’altro nel formulare i nostri giudizi, che siamo noi stessi a sforzarci di trovare giustificazioni per quel che ci hanno fatto di male. In una parola, sembra pazzo.

Non ci sta semplicemente imponendo di non avere pensieri cattivi, come fosse un maestro severo, ma si pone nella nostra vita come un medico che ci cura con la sua misericordia, vera medicina per tutto quello che ci infetta dentro. Questo perdono ci rende capaci di offrirlo a nostra volta: quando provi la gioia di essere amato così come sei, i torti degli altri non possono togliertela. Solo così diventiamo capaci di vedere l’altro per com’è, come fratello e non come nemico.

Comunità Centro Poggeschi

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