Gesuiti – Commento al Vangelo del giorno, 26 Ottobre 2020

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Gesù si trova nella sinagoga a insegnare in giorno di sabato. Lì c’è anche una donna, è curva e uno spirito le impedisce di stare dritta. L’infermità non è solamente fisica: la tiene costretta in una postura che le impedisce di guardare verso l’alto; è piegata verso terra ed è ripiegata e concentrata tutta su se stessa. Sembra essere impassibile, abituata ormai a stare così, non ha nome, è ferma. Gesù in mezzo alla folla la vede e la chiama a sé.

A volte siamo talmente concentrati su noi stessi, sulle nostre difficoltà, sofferenze o paure, che forse ci dimentichiamo che il Signore ci guarda e così anche noi diventiamo curvi e non riusciamo a guardare verso l’alto e a glorificare e ringraziare Dio per la vita che ci dona tutti i giorni. «La chiama a sé»: è molto bella l’umiltà della donna che, nella sua infermità, va verso Gesù, accoglie il suo sguardo e si lascia liberare dalla malattia e glorifica Dio.

Il capo della sinagoga si sdegna per quello che fa Gesù e si rivolge alla folla. Lui, al contrario della donna, non accoglie lo sguardo del Signore, non cerca l’incontro con lui, non vede la salvezza e non glorifica Dio; rimane chiuso in se stesso e nell’osservanza pedissequa della legge.

Gesù gli risponde con un esempio molto pratico, e attraverso esso ridà significato allo Shabbat. Il sabato è infatti il giorno in cui gli ebrei ricordano di essere stati liberati dalla schiavitù dell’Egitto, il giorno in cui slegano il bue o l’asino dalla mangiatoia per farli abbeverare e allora quale giorno migliore di questo per liberare una donna da una morsa tanto stretta da tenerla inferma da diciotto anni? Nel giorno di sabato l’uomo si ferma, cessano tutte le sue attività. È Dio ad agire, è Dio che attraverso il suo sguardo salva.

Pietre Vive (Roma)


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Fonte: Get up and Walk – il vangelo quotidiano commentato