Gesuiti – Commento al Vangelo del giorno, 22 Marzo 2020 – Gv 9, 1-41

5

Oggi ci viene mostrato un mondo in cui la cecità è considerata una punizione divina per la colpa di qualcuno: un mondo in cui le infermità, le malattie, le calamità accadono perché si meritano, e a Dio spetta il compito di decidere chi punire e chi premiare. Una prospettiva che rischiamo di assumere anche ai nostri giorni, cercando nella divinità la responsabilità, positiva o negativa, delle cose che avvengono nel nostro mondo.

Gesù rovescia completamente questa visione: i casi avversi della vita non sono una punizione, ma l’occasione per compiere le opere di Dio. Le fragilità dell’umanità e del mondo sono la possibilità, nonostante il dolore (che c’è, e rimane) di fare spazio a una realtà più grande: l’amore.

Il vero peccato, allora, non è il non vedere, ma il non volere credere e il non voler aprirsi alle infinite possibilità della vita, imprevedibile e fuori dalle regole che a volte vorremmo imporle.

Rete Loyola (Bologna)


Fonte