Gesuiti – Commento al Vangelo del 14 Novembre 2018

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Lebbrosi consapevoli di esser tali, malati, infetti, non degni, pericolosi, rifiutati, dati per persi, si fermano a distanza e alzano la voce; chiedono la pietà di essere ascoltati, “Tu che sei il maestro, insegnaci chi siamo, cosa dobbiamo fare”, così come tutte quelle volte in cui, capita anche ad ognuno di noi, si muove dentro qualcosa che non è ben accetta, il dolore, la rabbia, la vergogna, la paura, il senso di non-adeguatezza, il senso di impotenza, l’invidia, la gelosia, la noia, l’indolenza e tanto altro.

Ci sono in noi movimenti che conosciamo, sappiamo da dove vengono, e che possiamo chiamare “galilei”, e altri che non riusciamo neanche ad identificare, movimenti “stranieri”, “samaritani”.
Tutti questi movimenti ci costringono a fermarci e a mantenere una distanza, che può apparire incolmabile, da tutto il resto e al contempo danno voce a parti di noi che ancora hanno un disperato bisogno di un in-segnamento, cioè di un nuovo segnale per prendere una direzione.

Gesù volge lo sguardo a questo grido, ascolta i lebbrosi e li invita a venir fuori, a presentarsi e a definirsi dinanzi a coloro che amministrano il culto; ognuno di noi esseri umani è chiamato anzitutto ad amministrare il culto della vita dal momento in cui si sveglia la mattina, attraverso le varie attività della giornata sino al momento di andare a dormire; portare alla luce la tenebra che abbiamo dentro, lasciare che essa si schiarisca, semplicemente imparando a chiamarla con i suoi nomi, sotto lo sguardo misericordioso di Dio che ascolta, vede e ci ama così come siamo, è il movimento che guarisce.

Rimane lo stupore di una gratitudine più profonda e incondizionata che viene proprio dalle parti di noi stessi che non conosciamo e che, guarite, trasformano il grido di disperazione in grido di lode e ringraziamento.
Questa trasformazione è la distanza che l’Amore sa riempire e che restituisce l’intimità dell’unità e della comunione: vita piena, fede innata che dal primo gemito del nascituro si cela in ognuno sino all’ultimo respiro.

Mounira Abdelhamid Serra

Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.

Rifletto sulle domande

  • Lascio che i lebbrosi si fermino, vedo il loro grido, li invito a presentarsi.
  • Quali di essi son galilei e quale i samaritani?
  • Metto tutto ai piedi di Gesù, che gusto ha la guarigione?

Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi…
Recito un “Padre nostro” per congedarmi e uscire dalla preghiera.

[box type=”info” align=”” class=”” width=””]Fonte: Get up and Walk – il vangelo quotidiano commentato secondo il metodo della spiritualità ignaziana, disponibile anche tramite la loro newsletter quotidiana.[/box]

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LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

Lc 17, 11-19
Dal Vangelo secondo Luca

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

Fonte: LaSacraBibbia.net

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