don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo di oggi 15 Settembre 2019

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Tingere la terra di cielo

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Nel vangelo di domenica scorsa Gesù indicava tre condizioni per essere suoi discepoli: vivere la relazione sana e matura con lui rinunciando a creare legami di dipendenza con gli affetti familiari, a gettare la croce addosso agli altri, a trattare gli altri come beni di consumo. Alla rinuncia segue l’atto di fiducia, di adesione e di comunione con Dio e i fratelli, l’accettazione serena della propria condizione di fragilità e l’umile obbedienza alla parola di Gesù e infine l’uso dei beni finalizzata alla carità fraterna.

Tra coloro che sono con Gesù ci sono quelli che vanno da lui per ascoltarlo e coloro che lo scrutano per criticarlo aspramente. I pubblicani e i peccatori da una parte e dall’altra ci sono i farisei e gli scribi. 

I farisei erano gli aderenti al gruppo di israeliti laici che si distinguevano per la scrupolosità con la quale eseguivano i precetti della legge mentre gli scribi erano gli esperti delle Scritture, soprattutto della tradizione legislativa. Entrambe le categorie s’ispiravano alla figura di Mosè, il profeta e legislatore. In virtù di tale autorità morale essi si arrogavano il diritto di discernere chi fosse uomo di Dio e chi no. Essi stigmatizzavano l’atteggiamento di Gesù di accogliere i peccatori e condividere con loro il pasto, essendo quello il segno della sua falsità. La mormorazione sulla loro bocca non è solo una critica, ma è il tentativo di screditare Gesù e allontanare da lui quelli che lo seguivano. 

I detrattori di Gesù, non sono solo suoi avversari, ma sono i veri nemici del popolo perché, vestendo i panni dei giusti, creano una confusione che provoca la dispersione, inquina il clima di comunione nella Chiesa. Gli scribi e i farisei sono nella chiesa coloro che accusano gli altri, per esempio il Papa, i vescovi, i preti, i cristiani in quanto tali, di essere il male della Chiesa, la causa del suo indebolimento. La mormorazione si distingue dalla critica costruttiva in base al modo col quale si compie. Una cosa infatti è confrontarsi ed esprimere le proprie contrarietà con rispetto e apertura al fratello, altra cosa è parlare in modo da creare agitazione e confusione, senza per altro giungere ad una conclusione o soluzione del problema.

La prima lettura presenta la figura di Mosè che prega per il suo popolo peccatore, si schiera dalla sua parte. La posizione di Mosè non è quella del giudice che, riconosciuta la colpevolezza del reo, non può che infliggere la pena, ma quella dell’avvocato che si appella all’amore fedele e misericordioso di Dio. Mosè non misconosce il peccato del suo popolo giustificando la sua colpa, ma chiede a Dio di essere giusto svuotando il suo cuore dall’ira per riempirlo di misericordia. La supplica di Mosè mira a distogliere lo sguardo di Dio dal peccato per rivolgerlo verso il peccatore. 

Chi svuota il suo cuore dall’ira, che si alimenta al ricordo del torto subito, è capace di non vomitargli addosso tutto il suo disprezzo, ma di baciarlo con i baci della bocca di padre, madre, figlio, coniuge. Attraverso il bacio si condivide lo spirito, l’umanità che ci abita. 

Gesù è il vero Mosè che dalla croce invoca il Padre. Egli dall’alto del patibolo non ha lanciato sentenze di condanna ma ha donato al mondo lo Spirito Santo, che ricrea l’uomo a Sua immagine e somiglianza.

Il vangelo mette in evidenza la gioia con la quale Dio crea e ricrea l’uomo. I soggetti delle tre parabole sono un pastore, una donna e un padre. Tutti e tre protagonisti di vicende segnate da una perdita iniziale: di una pecora su cento, di una moneta su dieci e del figlio minore; ma poi finalmente ciò che è perduto è recuperato e il ritrovamento è coronato da grandi festeggiamenti a cui tutti sono invitati. Le prime due parabole dicono qualcosa che la terza tace e l’ultima parabola approfondisce alla fine ciò a cui le precedenti non accennano. Sia il pastore che la donna si mettono alla ricerca della pecora e della moneta smarrita, cosa che invece non fa il padre con il figlio minore quando va via sbattendo la porta. Il silenzio riguarda quello che il padre fa mentre suo figlio piccolo, lontano da casa, si dà prima ai piaceri e poi cade in disgrazia. Ma tale vuoto narrativo è colmato dall’atteggiamento del pastore e della donna che con ansia cercano ciò che è perduto, come Giuseppe e Maria, quando Gesù rimase a Gerusalemme a loro insaputa. 

Lo smarrimento, la perdita, il distacco suscitano un’angoscia che può trasformarsi in rabbia che ispira pensieri di violenza oppure desiderio di riconciliazione che fa fare anche cose strane rispetto alla logica mondana. 

Infatti il “voi” delle prime due parabole è quello degli scribi e farisei che ragionano secondo la logica della retribuzione per cui Dio è giusto nella misura in cui dà all’uomo quello che si merita. In questa logica l’uomo è ciò che fa: è buono se rispetta le norme della legge è cattivo se le viola. In verità nessuno è giusto se si raffronta alla legge, ma lo diventa solamente se si lascia amare da Dio.

La ricerca è dettata solamente dal desiderio della riconciliazione e di ritrovare la comunione. Il dolore della separazione va curato con la terapia della sana inquietudine che fa percorrere ogni via e fa sperimentare ogni tentativo pur di salvare la relazione e ricostruire la comunione.

Ciò che accomuna tutte tre le parabole è la festa nella quale la gioia di Dio coinvolge i vicini e i parenti, i servi e perfino il figlio maggiore. La mormorazione degli scribi e dei farisei riappare sulle labbra del figlio maggiore il quale è invitato anche lui alla festa e a partecipare alla gioia del padre. 

Essere obbedienti alla legge, senza essere obbedienti a Dio, di per sé può al massimo procurare il piacevole orgoglio di essere migliori degli altri; presto il piacere si trasforma in triste delusione. 

Il figlio maggiore è un servo triste del padre; obbedisce ai suoi comandi covando dentro di sé lo stesso desiderio di libertà malata del fratello. Il dovere per il dovere mortifica la gioia del servizio inasprendo l’animo fino al punto di essere aggressivi, giudicanti, sprezzanti verso gli altri.

I servi della casa partecipano alla gioia del padrone eseguendo i comandi dati dal padre che sembra impazzito dalla gioia. Scegliere il vestito più bello e farlo indossare, mettere l’anello al dito e i calzari ai piedi, ammazzare il vitello grasso e fare festa sono i comandamenti della gioia a cui i cristiani devono attenersi con scrupolosità. I servi di Dio non sono tristi esecutori di ordini incomprensibili, ma sono collaboratori dell’amore e della gioia del Signore. 

I loro gesti traducono la misericordia di Dio che ha il potere di far rinascere come creature nuove. La Chiesa è a servizio della gioia del suo Signore; nei suoi gesti e nelle sue parole non c’è spazio per la condanna e per il giudizio ma solamente per la misericordia che recupera chi è perduto e richiama alla vita chi è morto.

Quando la chiesa si prende cura dell’uomo aiutandolo a rivestirsi della dignità di figlio di Dio e collaboratore gioioso della sua misericordia, tinge di cielo la terra.  

Auguro a tutti una serena domenica e vi benedico di cuore!

Commento a cura di don Pasquale Giordano
FonteMater Ecclesiae Bernalda
La parrocchia Mater Ecclesiae è stata fondata il 2 luglio 1968 dall’Arcivescovo Mons. Giacomo Palombella, che morirà ad Acquaviva delle Fonti, suo paese natale, nel gennaio 1977, ormai dimissionario per superati limiti di età… [Continua sul sito]

Letture della
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Prima Lettura

Il Signore si penti del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Dal libro dell’Esòdo
Es 32,7-11.13-14

 
In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
 
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
 
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».
 
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Parola di Dio

Salmo Responsoriale

Dal Salmo 50 (51)

R. Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro. R.
 
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito. R.
 
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi. R.

Seconda Lettura

Cristo è venuto per salvare i peccatori.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
1 Tm 1,12-17

 
Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
 
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
 
Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Parola di Dio

Vangelo

Ci sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15, 1-32
 

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
 
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
 
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
 
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
 
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
 
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore

Oppure forma breve: Lc 15,1-10