don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 28 Febbraio 2020

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Il digiuno non è negarsi la gioia di vivere ma preparare il cuore per far festa con lo Sposo

Venerdì dopo le Ceneri

Gesù associa la pratica del digiuno alla condizione del lutto in cui forte è la sofferenza per la mancanza di una persona cara. Il lutto è anche vissuto come senso di abbandono. I discepoli di Giovanni non hanno ancora elaborato il lutto per la morte del profeta e non hanno compreso che la morte di colui che si era definito «l’amico dello sposo» ha inaugurato la presenza dello «sposo». Tristi per la morte del Battista non si rendono conto invece che Colui che Giovanni aveva annunziato era già presente. Anche i discepoli di Giovanni sono invitati alle nozze, ma essi sono impegnati a piangere il loro profeta morto piuttosto che riconoscere la verità e l’attualità del vangelo che il Battista aveva proclamato. 

Quando ci si lega ad una persona, ed ella viene meno, si corre il rischio di rimanere fermi al momento della separazione e il digiuno diventa una forma di punizione che ci si autoinfligge per i sensi di colpa che quella morte genera in chi rimane. Il digiuno diventa un modo per dire a sé stessi, e agli altri, di essere mancanti di qualcosa che ha lasciato un vuoto incolmabile. Il digiuno è negarsi la possibilità di gioire come gli invitati condividono la felicità degli sposi nelle nozze. 

Gesù, morendo sulla croce, ha fatto del suo sacrificio la festa di nozze, il momento nel quale si è unito indissolubilmente ad ogni uomo rendendolo partecipe della risurrezione e della vita eterna. Salendo sulla croce Gesù ha distrutto ogni muro di separazione tra Dio e l’uomo. Sicché san Paolo si domanda: «Chi potrà separarci dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35). 

Ogni amore vissuto in Cristo rimane per sempre anche quando la morte interrompe i legami affettivi vissuti con i sensi della carne. Quando questo accade il digiuno non va vissuto come negarsi ogni opportunità di felicità, abbandonare il sorriso, interrompere la passione e la generosità, ma come rinuncia ad ogni forma di autoconsolazione o autocondanna. L’allontanamento dei pensieri negativi, la mortificazione della nostalgia ci porta a lasciare spazio alla speranza e al desiderio di comunione accettando e adattandosi al dato di fatto del cambiamento. 

Il lutto va vissuto come tempo di attesa nel quale anticipare nella condivisione fraterna, specialmente con i più poveri, la comunione dei santi, le nozze dell’Agnello. Il digiuno, dunque, è quella pratica che non alimenta la nostalgia ma la speranza. Rinunciando a ciò che può saziarci creiamo dentro di noi lo spazio dell’attesa e dell’accoglienza di Dio e della persona amata che non ci appartiene più attraverso i sensi ma è parte di noi perché la custodiamo nel cuore. 

Auguro a tutti una serena giornata e vi benedico di cuore!


Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 9, 14-15 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno». Parola del Signore

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