don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 27 Marzo 2022

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Commento a cura di don Pasquale Giordano
FonteMater Ecclesiae Bernalda
La parrocchia Mater Ecclesiae è stata fondata il 2 luglio 1968 dall’Arcivescovo Mons. Giacomo Palombella, che morirà ad Acquaviva delle Fonti, suo paese natale, nel gennaio 1977, ormai dimissionario per superati limiti di età… [Continua sul sito]

La festa a sorpresa

Nel vangelo di domenica scorsa sulle labbra di Gesù risuonava con insistenza l’appello urgente alla conversione: «Se non vi convertite perirete». Sembra di risentire le parole di Giona che ai niniviti annunciava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». Gli abitanti di Ninive fecero penitenza, si convertirono e si salvarono dalla morte ormai prossima. Gesù è più di Giona perché egli non si fa portavoce di una minaccia ma ambasciatore di Dio: «Lasciatevi riconciliare con Dio».

La salvezza che annuncia non consiste solo nello scampare dal pericolo della morte, come per Israele la Pasqua non si ridusse alla liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Il dono della libertà e della vita nuova trova il suo compimento nell’abitare nella casa Dio condividendo con Lui la gioia dell’essere suoi figli amati e della comunione fraterna. L’introduzione della pagina evangelica odierna pone al centro la figura di Gesù verso cui si dirigono i peccatori per ascoltarlo ma contro il quale è indirizzata la mormorazione di coloro che si ergono a giudici e censori del suo comportamento.

Similmente, nella parabola il perno del racconto è il padre attorno al quale si definiscono le relazioni che si instaurano con ciascuno dei due figli espresse nei rispettivi dialoghi. La figura del padre richiama quella di Dio, così come ce lo consegna il racconto della storia d’Israele ma, ancora di più, come ce lo narra Gesù con la sua vita che culmina nella Pasqua di morte e risurrezione. Ci viene rivelato un Padre buono che compie un atto di amore e di giustizia dividendo la sua eredità tra i suoi figli. Si tratta di una scelta pienamente liberale che, da una parte risponde alla richiesta del figlio più giovane, e dall’altra rivela il fatto che non fa distinzione tra i suoi figli.

La pretesa del figlio avrebbe potuto indispettirlo e indurlo alla rabbia ma la reazione del padre mette in evidenza la sua mitezza e la pazienza. L’amore di Dio è fedele perché è coniugata alla fiducia e alla speranza che ripone nei confronti dei suoi figli anche se essi non glielo riconoscono. L’irriconoscenza spinge il figlio più giovane ad abbandonare la casa e a inseguire i suoi sogni. Ma quando essi si rivelano delle tristi illusioni il giovane sprofonda nella miseria. Lì si rende conto di aver usato male il dono della libertà offertagli dal padre cercando la gioia nella direzione sbagliata.

Quando si tocca il fondo si corre il rischio di lasciarsi andare alla disperazione o si ha la possibilità di farsi guidare dalla speranza. Inseguendo le illusioni l’uomo volta le spalle a Dio per camminare sui sentieri della perdizione; ma se segue la voce della speranza ritrova la strada del riscatto per cercare il volto del Padre e ristabilire con Lui quella relazione filiale che il peccato ha interrotto. La conversione consiste nel non cedere alla rassegnazione logorandosi in ragionamenti nostalgici che lo avrebbero bloccato nei sensi di colpa, ma nella scelta di alzare gli occhi dalla sua miseria per rivolgerli verso il padre del quale ricorda la cura che egli riserva persino ai servi.

La casa paterna, prima vista come una prigione perché il giovane era incapace di guardare oltre il suo io egoista, ora invece gli appare come il luogo della sua salvezza grazie al ricordo dell’amore che accende in lui la speranza. Essa non è un’utopia che depista ma è la luce vera che illumina il cammino dell’esodo, itinerario pasquale di riconciliazione, attraverso il quale l’uomo passa dalla sua condizione di schiavitù del peccato verso la vera libertà per mettersi al servizio del Dio dell’amore. Il banchetto nuziale altro non è che l’eucaristia nella quale si attualizza e si perpetua l’offerta di Gesù sulla croce, il sacrificio di riconciliazione.

A Gerusalemme la «festa» è cominciata ma non può dirsi compiuta senza la partecipazione di tutti. Quando sembra che la storia si sia conclusa Gesù introduce in scena il figlio maggiore che rappresenta i farisei e gli scribi. Essi mormoravano contro Gesù che accoglieva i peccatori e mangiava con loro. Dopo il figlio più piccolo anche il più grande torna a casa; ma il primo dopo aver peccato dissipando l’eredità paterna mentre l’altro dopo aver faticato nei campi ottemperando a tutti i comandi del padre.

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La differenza tra i due fratelli non consiste solamente nel modo con il quale hanno usato il dono ricevuto, ma come essi si rivolgono al padre, il quale esce per andare incontro ad entrambi e introdurli in casa. Il più giovane dei figli davanti al padre che lo abbraccia gli confessa con umiltà il suo peccato, mentre il più grande, dal quale ci si aspetterebbe un comportamento più maturo, si lancia in un giudizio offensivo che rivela la tristezza che porta nel cuore.

La festa a sorpresa lascia senza parole il figlio pentito dal cuore contrito e umile, mentre nell’altro che crede di essere migliore del fratello e più meritevole suscita sdegno. Le parole del figlio maggiore rivelano che il suo cuore è molto più distante di come lo era il fratello quando viveva da dissoluto in un paese lontano. I profeti, e Gesù con loro, hanno denunciato l’ipocrisia di chi onora Dio con le labbra e formalmente rispetta i precetti ma dimentica che Egli non gradisce sacrifici e olocausti ma un cuore contrito e umiliato che si lascia amare e così diventa veramente capace di misericordia.

La festa segna la realizzazione e il compimento della volontà del Padre che mai perde la speranza di riconciliarsi con i figli perduti e di riunire in un unico abbraccio i fratelli. Mai potremo comprendere Dio e considerarlo come Padre, gustare il suo amore e partecipare al suo progetto di salvezza se, guidati dalla «memoria del cuore», non convertiamo il giudizio in compassione, le aspettative in speranza, il senso del dovere in umile e fiduciosa obbedienza alla Parola di Dio.

Signore Gesù, Tu che vieni incontro ad ogni uomo per annunciare il vangelo della misericordia, imprimi nel nostro cuore il ricordo della sua tenerezza di Padre che si prende cura di tutti i suoi figli senza fare discriminazioni. L’Eucaristia, memoriale della Pasqua nella quale ti sei offerto come vittima del sacrificio di riconciliazione, accenda in noi la speranza. Fa che pregustando la dolcezza del perdono si alimenti in noi il desiderio di essere riscattati dalla tristezza del peccato. Il tuo Spirito ci guidi e ci accompagni nel cammino di conversione affinché riusciamo a vincere la vergogna, la diffidenza, l’arroganza e la presunzione che ci tengono lontani dalla Chiesa, Casa del Padre. Nella debolezza del peccato e nella fatica dell’obbedienza della fede assistici con il tuo aiuto e rendici, come Te, per i nostri fratelli ambasciatori di riconciliazione.        

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