don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 26 Aprile 2020

214

L’Eucaristia, incontro con il Signore che cambia la vita

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

La pagina del vangelo di Luca ci riporta ancora una volta al giorno di Pasqua. Due discepoli stavano raggiungendo Emmaus, distante pochi chilometri da Gerusalemme. Conversavano tra loro animatamente nel tentativo di trovare un senso agli ultimi fatti accaduti. Ormai orfani del loro maestro il loro cammino solitario diventa occasione per riflettere. Dove li condurrà quella riflessione? Essi, tristi e delusi, hanno scelto di isolarsi dal resto della comunità. La strada verso Emmaus è quella del tramonto delle loro speranze che mette la parola fine all’esperienza già compromessa con la morte di Gesù. Reagiscono cominciando un cammino solitario che li riporta indietro. Mentre essi si allontanano dalla comunità Gesù in persona si avvicina. La tristezza, che vela il loro volto, impedisce di riconoscere Gesù che per loro è un estraneo. 

Gesù interpreta la parte del forestiero che non sa cosa sia accaduto a Gerusalemme. Oh uomo, sembra dire Cleopa, sei stato veramente distratto e superficiale da non renderti conto di ciò che è accaduto? Questo gioco delle parti fa emergere una domanda: in verità, chi è più estraneo alla vicenda, Gesù o i suoi discepoli? Con quali occhi essi hanno osservato Gesù e gli eventi che lo hanno visto protagonista? Nel loro resoconto i verbi al passato indicano che la storia di Gesù, e il loro cammino di discepolato dietro di Lui, è ormai un’esperienza chiusa da archiviare. I due discepoli erano stati testimoni dei segni compiuti da Gesù e delle parole di grazia uscite dalla sua bocca. Il loro cuore aveva gioito nel credere che fosse lui il profeta inviato da Dio a liberare Israele. Ma quando hanno assistito impotenti alla sua condanna e crocifissione nel loro cuore la speranza ha lasciato il posto allo sconcerto. Essi parlano di Gesù, il Nazareno, come di un vero profeta, un grande uomo di Dio, che però non è riuscito a portare a termine la sua missione di liberare Israele a causa dell’opposizione dei capi. È la storia del fallimento di un progetto condiviso (?) o di un sogno infranto oppure, forse, la naturale conclusione di una pura illusione. Quanta delusione c’è nelle parole di Cleopa! Egli ne approfitta anche per sfogare la sua rabbia contro le donne che con il loro misticismo delirante hanno solo contribuito a sconvolgere ancora di più il cuore già provato dalla morte di Gesù e dal mistero della tomba vuota. Davanti al crocifisso si sono fermati e sono tornati indietro, alla vita di prima, perché non aveva più senso continuare e rimanere nella comunità. 

Il racconto che fa Cleopa diviene una sorta di verifica del loro cammino di fede che la morte di Gesù ha messo profondamente in crisi annullando l’entusiasmo e demolendo le motivazioni del loro discepolato. Essi sanno bene chi sia stato Gesù, ma non chi è. Il tragico epilogo della sua vicenda lo colloca definitivamente tra i grandi uomini, ma del passato. La croce ha creato un divario tra il passato, che li ha visti camminare dietro Gesù, e il presente nel quale si ritrovano a ricominciare soli, con un estraneo. 

L’intervento di Gesù suona all’inizio come un giudizio. Il forestiero, quello che era considerato estraneo ai fatti, parla come profondo scrutatore dei loro cuori, che fanno fatica a credere alla parola dei profeti, ed esperto conoscitore delle Scritture. Attraverso di esse Gesù offre ai due discepoli un’altra prospettiva. Dio non aveva forse rivelato, attraverso i profeti, che il suo Cristo avrebbe dovuto soffrire per entrare nella sua gloria? La conversazione passa dal piano storico-sociologico degli eventi a quello teologico del mistero di Dio. Gesù fa con i suoi discepoli quello che lui stesso aveva fatto e mostrato nella Trasfigurazione. In quella occasione i tre discepoli, che Gesù aveva portato con sé sul monte, lo avevano visto conversare con Mosè ed Elia del suo «esodo» che si sarebbe compiuto a Gerusalemme. Spiegando le Scritture Gesù parla di sé e di come la Parola di Dio l’ha accompagnato attraverso la prova. Egli è giusto, come lo aveva riconosciuto il centurione sul Golgota, perché nel cammino della croce ha lottato con l’arma della preghiera per rimanere unito al Padre anche quando sentiva la tristezza e l’angoscia della solitudine. Attraverso la preghiera, con le parole della Scrittura, e dei Salmi in maniera particolare, egli ha percorso la via della sofferenza comune a tanti uomini e donne, con la certezza di entrare nella casa di Dio e nella piena comunione con Lui. La morte del Maestro sembrava aver interrotto la conversazione, cioè la relazione, con i suoi discepoli ma, in realtà, anche se loro non lo riconoscono, egli continua ad accompagnarli e a tener vivo il dialogo con loro. 

La conversazione durante il cammino ha permesso ai due discepoli di rivivere momenti d’intimità e confidenza con il Maestro e ha fatto nascere in loro il bisogno di stare in sua compagnia. Il desiderio diventa preghiera: «Resta con noi!». Il loro cuore arde dal desiderio di conservare la luce della sua compagnia quando scendono le ombre della notte.

Gesù, il cui cammino punta più oltre rispetto alle attese umane, entra non come forestiero ma come familiare, anzi come capo famiglia. Nel gesto dello spezzare il pane è racchiuso il senso della croce quale dono di sé, espressione massima d’intimità e comunione. La luce che promana da quel gesto d’amore rompe la cecità dei discepoli e svela il senso della croce. Le parole di Gesù hanno accompagnato i discepoli introducendoli in quella intimità che ha fatto maturare in loro il desiderio di stare con Lui. Nello spezzare il pane, gesto con il quale la Chiesa indica la celebrazione dell’Eucaristia, avviene una seconda trasfigurazione nella quale i discepoli riconoscono nel dono di sé sulla croce la manifestazione della gloria di Gesù. 

Gli occhi dei due discepoli sono diventati come quelli del vecchio Simeone che, prendendo tra le sue braccia il bambino Gesù aveva detto: i miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,30). L’incontro con Gesù, avvenuto lungo la strada e in casa, ha convertito i discepoli i quali invertono anche il senso di marcia del loro cammino. Essi non sono più i delusi che si isolano e prendono le distanze dalla comunità, ma compagni che avvertono urgente il bisogno di condividere la gioia di aver incontrato il Signore. Hanno occhi nuovi con i quali sono in grado ora di rileggere la loro storia come un itinerario di fede e di vita accompagnati da Gesù, il crocifisso risorto. Essi non sono più né forestieri, né estranei ma concittadini dei santi e familiari di Cristo.

Auguro a tutti una serena domenica e vi benedico di cuore!


Commento a cura di don Pasquale Giordano
FonteMater Ecclesiae Bernalda
La parrocchia Mater Ecclesiae è stata fondata il 2 luglio 1968 dall’Arcivescovo Mons. Giacomo Palombella, che morirà ad Acquaviva delle Fonti, suo paese natale, nel gennaio 1977, ormai dimissionario per superati limiti di età… [Continua sul sito]