don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 22 Novembre 2020

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Commento a cura di don Pasquale Giordano
FonteMater Ecclesiae Bernalda
La parrocchia Mater Ecclesiae è stata fondata il 2 luglio 1968 dall’Arcivescovo Mons. Giacomo Palombella, che morirà ad Acquaviva delle Fonti, suo paese natale, nel gennaio 1977, ormai dimissionario per superati limiti di età… [Continua sul sito]

Lo scrutinio

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Nel vangelo di Matteo gli insegnamenti di Gesù sono raccolti in cinque discorsi il primo dei quali è tenuto sul monte, non meglio definito e che comunque richiama il Sinai dove Dio diede la legge a Mosè, e l’ultimo a Gerusalemme sul monte Sion dove sorgeva il tempio. Il primo insegnamento si apre con le beatitudini indirizzate ai poveri in spirito, agli afflitti, ai miti, agli affamati e assetati di giustizia, ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli operatori di pace, ai perseguitati per la giustizia. L’ultimo insegnamento si conclude non la scena del giudizio universale in cui il Figlio dell’uomo siede sul suo trono regale per emettere la sentenza. 

Nel primo discorso Gesù indica nella santità l’obbiettivo che siamo chiamati a raggiungere nella nostra vita. Come Dio sul monte Sinai offre al popolo d’Israele la sua alleanza per raggiungere e stabilirsi nella Terra promessa, così Gesù sul monte, anticipazione del Golgota, offre a tutti la possibilità di stabilire un patto, come quello nuziale, per entrare nel regno di Dio. 

Il profeta Ezechiele parla in nome di Dio al popolo in esilio disperso in terra straniera, senza re, senza tempio, senza casa. Lui stesso si impegna a cercare a radunare il suo popolo come un pastore con il suo gregge. Chiunque ascolta la voce di Dio e mette in pratica la sua parola fa della terra che calpesta, anche se straniera, la Terra santa, ossia il luogo in cui incontrare il Signore che si prende cura di noi. La profezia di Ezechiele fa da sfondo all’immagine allegorica offerta da Gesù. Dovunque siano i discepoli, dispersi e disseminati nel mondo, essi si riuniscono attorno a Lui per ascoltarlo. Ogni qualvolta ci riuniamo nel nome di Gesù Lui è in mezzo a noi. Non basta dire «Signore, Signore» per essere di Cristo, ma dopo aver ascoltato la sua parola bisogna metterla in pratica. Solo allora il regno di Dio che Gesù è venuto ad inaugurare diventa veramente realtà e noi possiamo esserne parte a pieno titolo. Tuttavia, cosa significa essere discepoli di Cristo e cittadini del regno, lo spiega Gesù stesso sia alla fine del discorso della montagna che al termine dell’insegnamento tenuto nel tempio di Gerusalemme. Ci sono infatti falsi profeti che vengono in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci (Mt 7, 15), sono quelli che dicono: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto prodigi?». A questi tali Gesù dirà: «Allontanatevi da me voi che operate l’iniquità» (Mt 7, 22-23). Così comprendiamo che i «capri» posti alla sinistra e chiamati «maledetti» sono quei falsi profeti con la maschera di pecore, che hanno vestito l’abito del buon cristiano perché hanno fatto tante cose in nome di Gesù, ma senza amore. Essi credono di potersi vantare davanti a Dio dei loro meriti e dei molti servigi, ma non si erano accorti di Lui, lì dove era, nei fratelli più piccoli.

Il Figlio dell’uomo viene nella sua gloria e sale sul suo trono di gloria quando scende per farsi uno di noi, muore sulla croce per perdonare i peccati del mondo intero e risorge per fare di tutti gli uomini l’unica famiglia di Dio. Il re si fa servo dell’uomo per prendersi cura dei suoi figli come fa un pastore con le pecore del suo gregge che sono disperse. Il profeta Ezechiele descrive con quanta premura e amorevole attenzione Dio aiuta soprattutto coloro che le prove della vita e le ingiustizie hanno prostrato nel dolore. 

Il Regno di Dio è Dio stesso che ama gli uomini e per radunarli scende in mezzo a loro e si mette al loro servizio. Così egli santifica il suo Nome! La santità di Dio, cioè la sua gloria, si manifesta quando si fa servo dell’uomo e muore sulla croce per noi affinché, ci ricorda san Paolo, noi possiamo risorgere e vivere in Lui. Riceve il regno di Dio nella gloria chi regna con Lui nel servizio. La gioia nell’usare misericordia è anticipazione nel presente della vita eterna.

Siamo chiamati oggi anche a farci “scrutare” dalla Parola ascoltata. Davanti al Signore facciamo il nostro scrutinio e verifichiamo se il nostro agire quotidiano s’ispira al vangelo o alla logica del mondo. Come avviene alla conclusione di un percorso o di una esperienza o semplicemente della giornata dovremmo trovare il tempo di esaminarci e fare verifica: ho messo in pratica la parola che ho ascoltato? Ho restituito a Dio l’amore che lui mi ha dato condividendolo con i più piccoli?

Gesù ha insegnato con la parola e con la sua vita donata che vivere vuol dire regnare, ovvero significa uscire da sé e rispondere non solo al proprio bisogno ma anche a quello della sorella e del fratello più vicino e più piccolo. È proprio il bisogno e ciò che ci manca, piuttosto che i meriti e ciò che possediamo, a permettere di scoprirci come persone e riconoscerci come fratelli.

Dietro i problemi più grandi di noi della fame nel mondo, della siccità, della malasanità, dell’ingiustizie che mortificano la dignità, dell’immigrazione, della malavita e della corruzione, ci sono i fratelli più piccoli che sono accanto a noi. Combattere e lavorare per la giustizia non significa semplicemente denunciare il problema ma esige di partire dalla solidarietà a coloro che soffrono maggiormente per la loro condizione d’indigenza. 

Si diventa umani nella misura in cui si vede oltre sé stessi sia per riconoscersi bisognosi di cure, sia per prestare aiuto ai fratelli. Il giudizio della Croce ci educa a guardarci e guardare oltre il problema come persona. Prima dei diritti c’è l’uomo, prima del problema c’è la persona, prima dell’io c’è il noi. La misericordia praticata ripulisce l’uomo da ogni sporcizia e incrostazione restituendogli la bellezza originaria nella quale risplende la gloria di Dio.