don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 22 Marzo 2020 – Gv 9, 1-41

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Dal corpo illuminato a corpo luminoso

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)

Dopo l’incontro con la donna Samaritana al pozzo, la liturgia questa quarta domenica di quaresima presenta l’esperienza che di Gesù fa un uomo nato cieco. L’evangelista apre il racconto annotando che lo sguardo di Gesù si posa sull’uomo mendicante. La domanda dei suoi discepoli rivela la differenza e la distanza che c’è tra il modo di vedere di Gesù e quello dei suoi seguaci. Cosa vede Gesù? Riascoltiamo le parole di Dio a Samuele mentre è a casa di Iesse per consacrare il nuovo re: «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Già! I discepoli, fermandosi all’apparenza, vorrebbero sapere chi è il colpevole. Nella lingua greca, con la quale è scritto il vangelo, c’è un collegamento tra vedere e conoscere. Dio, dunque, ci conosce interiormente perché il suo sguardo raggiunge l’intimo di ciascuno di noi e ne coglie l’anelito più profondo. Sant’Agostino affermava che Dio è più intimo a noi che della nostra intimità e ci conosce meglio di quanto un uomo possa conoscere sé stesso. Per Lui le tenebre sono come luce (Sal 139,12) e anche quando noi camminiamo come se fossimo in una valle oscura, Dio è il nostro Pastore che guida e sostiene i nostri passi vacillanti (Sal 23). 

Il buio è la condizione in cui l’uomo si trova perché soffre per una situazione oscura come il male. Il cieco, che non ha mai visto la luce, è l’uomo che ancora non ha incontrato e conosciuto Gesù, Lui che dice di essere «la luce del mondo». Nel prologo del Vangelo Giovanni afferma: «In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre …Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 4-5.9). Gesù dunque si avvicina al cieco, come si fa prossimo ad ogni uomo che è immerso nel buio della paura, della rabbia, della tristezza. Anche noi viviamo una situazione seria e per certi versi drammatica. La disperazione potrebbe farci vedere tutto nero. 

Anche i discepoli di Gesù sono ciechi o ipovedenti quando, seguendo il modo di pensare comunemente diffuso, invece di sentire compassione per chi è nel dolore si ergono a giudici inquisitori per cercare la colpa e indicare il colpevole. 

Nel gesto compiuto da Gesù d’impastare con saliva e terra il fango messo sugli occhi del cieco dobbiamo leggere un riferimento all’atto creativo di Dio con il quale plasma l’uomo con polvere di terra e soffia donandogli il suo Spirito. Dall’unione della terra con lo Spirito, nasce l’uomo quale essere vivente. Il gesto di Gesù ricorda che quell’uomo è un essere vivente come lo sono tutti gli altri e non può essere ridotto al suo limite. Nonostante le nostre mancanze Dio ricorda costantemente a sé stesso e a noi che siamo creature. Anche noi dobbiamo sempre rammendare che siamo fragili come vasi di terracotta, ma che contengono un grande tesoro: è lo Spirito che ci rende vivi. 

Il cieco, in obbedienza alla parola di Gesù, compie un viaggio verso la piscina di Siloe, che significa «Inviato», perché lì si lavi. S’intuisce chiaramente il richiamo al battesimo, che significa immersione nell’acqua. Il cammino dell’uomo è immersione ed emersione in cui la purificazione coincide con la illuminazione. L’uomo immergendosi nell’acqua è lavato dal peccato ed è illuminato. Nella piscina di Siloe avviene il passaggio dal buio della cecità alla luce della visione. L’uomo illuminato non è più una creatura ma è una creatura nuova. Il battesimo non è solo un rito, ma è un evento che cambia la nostra vita. È un dono ricevuto gratuitamente da Dio una volta per tutte, ma che richiede di essere custodito e alimentato. 

Dio, donandoci la sua Vita, attraverso il sacramento dell’Eucaristia, continua ad illuminarci e diradare le tenebre interiori che ci impediscono di vedere la realtà come la vede Lui. La luce della fede, alimentata dall’ascolto della Parola di Dio, ci rende progressivamente luminosi al fine di essere testimoni di Gesù. 

La novità cristiana non consiste nel vestirsi o nel nutrirsi in maniera diversa da prima ma nel portare nel mondo la luce di Dio sapendo che al cristiano è riservata la stessa sorte di Gesù. Infatti, quelli che conoscevano il cieco come il mendicante fanno fatica a riconoscerlo. È quello di prima, ma al tempo stesso è un’altra persona perché ha preso visione di chi è. La grazia di Dio ci permette di avere una visione chiara della propria identità senza giudicarci o colpevolizzarci. Gli occhi del cieco si sono aperti innanzitutto su sé stesso come uomo. Questa è anche la conoscenza che ha di Gesù: è un uomo che ha fatto e detto. L’umanità è la prima evidenza che va riconosciuta, soprattutto quando siamo portati a idealizzare o a demonizzare le persone. Tuttavia, l’uomo illuminato dalla fede non è quello che sa dare le risposte ad ogni domanda. Soprattutto in situazioni drammatiche al credente viene chiesto: «Dio dov’è?». Anche l’uomo di fede nel dolore sperimenta l’assenza di Dio e non sa rispondere a questo drammatico interrogativo.

L’illuminato deve affrontare, come Gesù, il processo nel quale il credente è chiamato a testimoniare a favore o contro di lui. I processi sono quelle situazioni nelle quali ci si trova coinvolti in scontri polemici che vedono contrapposti due o più schieramenti. Lo notiamo con dispiacere anche in questi giorni in cui non mancano, soprattutto nelle piazze mediatiche e nei nuovi tribunali dei social, dispute con scambi di accuse, giudizi, speculazioni, allarmismi, calunnie, denigrazioni. In mezzo alle grida sguaiate si fa spazio la voce del credente che, riconoscendo Gesù non solo come uomo ma anche come profeta, invita ad ascoltare la Parola di Dio. Nei momenti tristi, quando si brancola nel buio e il clima si appesantisce ancora di più a causa delle polemiche sterili e delle puntualizzazioni inutili, bisogna fare silenzio per ascoltare la Parola di Dio che accende in noi la speranza e con essa la capacità di vedere con fiducia l’orizzonte che ci sta davanti. 

Il cammino di fede dell’uomo che era stato cieco trova un altro ostacolo nella scelta fatta dai suoi familiari di voltargli le spalle perché vinti dalla paura di perdere quelle sicurezze che l’appartenenza alla comunità garantiva. Essi non si lasciano stupire e coinvolgere dalla novità che ha investito il loro figlio. Scelgono di rimanere nell’ombra dell’ignoranza piuttosto che venire alla luce e schierarsi dalla parte della verità. Nel grande processo della vita non si può rimanere spettatori; chi si tira fuori dalla responsabilità di testimoniare la bellezza e la novità del vangelo con il proprio impegno, adducendo scuse infantili, rinnega la verità e viene meno al suo compito educativo. Fondamentale è il ruolo dei genitori e degli adulti nel cammino di fede delle giovani generazioni. Ora più che mai i genitori, prendendo consapevolezza del dono ricevuto nei figli, non si lascino contagiare dallo spirito mondano che ingolfa il cuore di ansie, paure e timori. La luce della fede che loro stessi hanno ricevuta dalla famiglia e dalla Chiesa, sia donata ai figli. Vale la pena ricordare quello che il sacerdote dice ai genitori consegnando loro la candela accesa al cero pasquale: «Ricevete la Luce di Cristo. A voi genitori è dato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che vostro figlio, illuminato da Cristo, cresca come figlio della Luce» (Dal Rito del Battesimo dei bambini). Non si tratta di fare lezioni di teologia, ma basta condividere l’esperienza della grazia che perdona, che cura, che incoraggia, che nutre con tenerezza.  

Essere cristiano non è un titolo di onore o che definisce uno specifico status sociale. Cristiano è il nome del discepolo di Cristo. Seguire Gesù non assicura alcuna garanzia d’immunità dalla sofferenza, anzi l’essere discepolo autentico di Gesù comporta il fatto di essere associati alla sua passione e morte. «Discepolo suo (di Gesù) sei tu!», dicono i suoi oppositori. Con ciò si vorrebbe insinuare che essere cristiani è una vergogna, qualcosa di disdicevole. Quanto pesa lo sguardo carico di sdegno e disprezzo riservato a chi porta i segni dell’appartenenza a Cristo. Essere di Cristo significa fare la volontà di Dio anche quando «il frutto della luce, … bontà, giustizia e verità» (Ef 5,9), cioè i piccoli miracoli della vita di tutti giorni, quelli fatti per amore, non sono riconosciuti e addirittura fraintesi e disprezzati. 

Come Gesù viene condotto fuori dalla città per essere crocifisso, così l’uomo che era stato cieco, per il fatto di aver testimoniato la bontà di Gesù a partire da quello che egli aveva operato in lui, viene cacciato e abbandonato. Ma proprio in quel momento di buio Gesù gli si fa di nuovo vicino. La luce della fede ci permette di vedere Dio davanti a noi anche quando si eclissa il sole della ragione e la domanda «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» trova risposta solo nel silenzio dell’abbandono fiducioso nelle sue braccia. Uniti con Gesù sulla croce anche per noi le tenebre sono luce perché in essere vediamo Dio che viene a salvarci dalla morte con la sua mano potente. 

Credere significa amare Gesù con tutto se stessi, unendosi a lui nella passione e nella morte, per poter essere illuminati e passare dalle tenebre alla luce. La fede è un cammino che inizia con l’illuminazione del battesimo e giunge fino ad essere luminosi come le stelle che brillano nel firmamento del cielo. Il nostro mondo ha bisogno di essere illuminato da questi «corpi celesti» che diventano nella notte della prova per tutti segno di consolazione e di sicura speranza.

Auguro a tutti una serena domenica e vi benedico di cuore!


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