don Luigi Maria Epicoco – Commento al Vangelo del 30 Ottobre 2020 – Lc 14, 1-6

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Il sabato che viene descritto nel Vangelo di oggi, è l’ultimo sabato che l’Evangelista Luca menziona nel suo Vangelo in cui Gesù agisce per compiere un miracolo. Dopo aver aperto la mano all’uomo con la mano paralizzata, e raddrizzato la donna curva, nel Vangelo di oggi Gesù guarisce un idropico, forse figura di quei farisei che si sentono gonfi di quello che sanno e per questo non riescono a passare per la porta stretta che conduce al Regno.

Tutto questo accade gratuitamente e paradossalmente trasgredendo l’inattività sacra del sabato: <<Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico. Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no curare di sabato?”. Ma essi tacquero>>.

I suoi uditori non sono in silenzio perché approvano, ma perché aspettano che sia Gesù stesso a rispondere a questa domanda magari dicendo qualcosa che possa dare loro materiale per accusarlo. Gesù non vuole contestare una dottrina, ma vuole che non si perda mai di vista il motivo vero delle cose, e anche della stessa dottrina. Può capitare anche a noi, in questo momento storico, di incaponirci teologicamente su alcune cose fino al punto di non riuscire più a vedere ciò che davvero conta di quello che affermiamo. <<Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato? “. E non potevano rispondere nulla a queste parole>>.

Un asino o un bue a volte valgono più della sofferenza delle persone. E la mia non è un’esagerazione: basta farsi un giro sui social per vedere come c’è più indignazione per un cane o un gattino abbandonato che invece per un uomo che muore affogato su un barcone, o un bambino che non può venire al mondo per un intoccabile diritto all’aborto, o un anziano che è considerato un peso sociale e per questo fortemente invitato a scegliere una “dolce morte” (che tradotto significa “togliersi di mezzo”).


AUTORE: don Luigi Maria Epicoco
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