don Luigi Maria Epicoco – Commento al Vangelo del 16 Marzo 2022

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AUTORE: don Luigi Maria Epicoco
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«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

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Queste parole segnano in maniera profonda l’intimità che Gesù costruisce con i suoi discepoli mentre si avvicina a Gerusalemme. Infatti l’intimità non nasce semplicemente dal passare del tempo insieme, o dal fare delle cose insieme, ma dal consegnare all’altro ciò che di più vero e decisivo accade nella nostra vita.

Non di rado pensiamo di avere molti amici, ma l’amicizia vera non è intrattenimento, non è parlare sempre di banalità ma è poter entrare in intimità con l’altro, e ciò accade nella misura in cui si è capaci di discorsi profondi. Gesù sembra fare con i suoi discepoli esattamente questo. Nel Vangelo di oggi consegna loro una grande verità profonda della sua vita. Ma la reazione è strana:

“Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?»”.

Come è possibile che davanti alla consegna più intima di Gesù la reazione di chi gli sta intorno è accaparrarsi i posti migliori, secondo una logica mondana che non ha nulla a che fare con ciò che Cristo è venuto ad annunciarci? Non viviamo anche noi oggi la medesima tentazione? Non sembra che nelle nostre famiglie, nei nostri posti di lavoro o nelle nostre comunità cerchiamo solo di cercare una nostra convenienza senza prendere sul serio il cuore stesso del messaggio di Gesù?

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Ma credo che tutto ciò accada come un meccanismo inconscio di difesa. Abbiamo paura della croce. Abbiamo paura di prendere sul serio le parole di Gesù, e per questo preferiamo vivere per cose banali, mondane, lontane dallo spirito del Vangelo.

Un nuovo commento dopo il video.


Commento da Facebook

Il carrierismo, in qualunque ambito e in qualunque contesto, ha sempre la stessa radice: voler affermare se stessi a scapito degli altri. È il succo del vangelo di oggi, dove incontriamo il vano tentativo della madre dei figli di Zebedeo di raccomandare i propri figli: «Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».

Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio».

Pensare di valere per il posto che si occupa è una convinzione tutta mondana che non funziona però con la logica del Vangelo. Lì dove il cristianesimo è autenticamente vissuto non ci dovrebbero essere simili ragionamenti. Eppure assistiamo continuamente a questo tipo di richieste, anche nei nostri ambienti, in cui diventare finanche responsabile dei portafiori dell’ultimo altare della chiesa ci fa sentire abbastanza potenti da poter esercitare il nostro potere sugli altri, e rivelando così quella strutturale infantilità che ci fa ricercare costantemente conferme dagli altri.

Gesù ha un antidoto a questo tipo di mentalità: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo”.

Questa è la carriera secondo Gesù.

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