Don Fabrizio Moscato – Commento al Vangelo del 28 Aprile 2020

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Non è bastata la “moltiplicazione-con-divisione” di pani e pesci…
Non sono bastate nemmeno le dodici ceste avanzate…
La folla chiede ancora un segno, per vedere e credere…
Chiede a Gesù di fare un’opera dinanzi alla quale ci si debba arrendere, non si possano nutrire più dubbi…

Richiama alla mente il dono della manna nel deserto: c’è un’opera più grande di questa? Può Gesù superare questo prodigio?
Sono ancora legati all’idea di uno “stomaco” da riempire con un cibo, che, per quanto sia particolare, sempre cibo materiale rimane… Per loro il segno è qualcosa che “accontenta” un bisogno… Che sia manna o pane o pesce… Hanno bisogno di sperimentare sazietà…

Ma Gesù, come sempre, cerca di proporre un salto…
Non vuole più “dare” qualcosa, secondo le aspettative dell’uomo affamato…
Piuttosto stupisce facendosi “pane della vita”, divenendo egli stesso nutrimento della parte più bisognosa e affamata dell’uomo, le sue profondità più in-sensate, cioè affamate di senso, assetate di amore, bisognose di un cambiamento…

“Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”

L’opera più grande non è “dare pane”…
L’opera più grande è “farsi pane”…

Dietro alla domanda di ricevere nuovi segni, di vedere nuove opere, si cela la nostra pretesa di continuare ad avere pane che sazia, e quella resistenza che ci fa rimanere sempre gli stessi…

Quando, invece, abbiamo la possibilità di accogliere il pane che è Gesù Cristo e diventare noi stessi pane, acconsentendo alla più irreversibile delle trasformazioni: diventare noi stessi quello che vogliamo ricevere…

Fonte: Telegram | Pagina Facebook

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