don Cristiano Mauri – Commento al Vangelo del 4 Marzo 2021

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 L’abisso

Il commento al Vangelo del giorno di don Cristiano Mauri.

La scena del ricco e il povero Lazzaro si apre come un’immagine simbolica della realtà umana: ci sono i ricchi che stanno bene e i poveri che stanno male.

Il ricco occupa la parte alta del mondo e il suo status si esprime con due verbi: «vestiva» di porpora e di bisso e «si allietava», banchettando con una tale dovizia che parte ne cadeva a terra. Al contrario, il povero giaceva vestito di piaghe e bramava sfamarsi.

La descrizione stabilisce una distanza polare tra i due: l’uno avvolto in tessuti costosi e morbidi, l’altro coperto di piaghe; l’uno che banchetta in abbondanza, disteso sul triclinio, altro che, timido, giace sulla porta, con gli occhi affamati a seguire le briciole, come quelli di un cane.

La chiave del messaggio della nostra parabola è la prospettiva da cui Gesù parla: il punto di vista dei poveri, degli affamati.

Prima dei comandamenti della legge, c’è una realtà che colpisce Gesù e Luca ed ogni persona che può dirsi umana: la vergogna di una povertà indegna, l’orrore di vedere creatura ridotte in condizioni bestiali per potere sopravvivere.

La morte fa da spartiacque tra il primo il secondo atto del dramma, dove le parti sono invertite. La paternità viene richiamata come metafora del diritto dei poveri di essere trattati come figli. Qui sta la vera giustizia: nell’essere trattati come figli e non nel semplice assolvere i precetti della legge.

Ma tenera e materna pare, curiosamente la figura del primo patriarca nel cui grembo-ventre Lazzaro va ad abitare. Immagine esemplare del padre della Bibbia, qui Abramo mostra la sua paternità, sotto spoglie materne. Dalla polvere della terra al calore dell’abbraccio di un padre, dall’amarezza del disprezzo la dolcezza del sorriso di una madre: è questo il paradiso dei poveri.

Ma la parabola ha un esito imprevedibile: dedica agli ultimi versetti ad un mirabile dialogo tra Abramo e il ricco, che si trova tra i tormenti del fuoco dell’inferno. 

Il linguaggio è familiare: il ricco chiama Abramo padre, e questi gli risponde chiamandolo figlio. Anch’egli è figlio, al pari di Lazzaro e, nonostante l’inferno, non ha perso tale dignità.

C’è di più: il ricco riconosce in Lazzaro un possibile mediatore di salvezza, ma qui, adesso, non c’è più tempo per poter imparare a volersi bene come fratelli.

Come nella vita terrena vi era un abisso tra la stalla dove giaceva Lazzaro e la stella dove sedeva il ricco, così è dopo la morte: un abisso separa l’arsura del ricco dall’acqua del dito di Lazzaro. 

Il ricco pensa ai suoi fratelli e chiede che Lazzaro, risorto dai morti, parli con loro e li persuada a cambiare comportamento. Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti… Non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti». E aveva ragione. ¹

Spunti per la riflessione sul testo.

Quell’abisso non lascia scampo.

La separazione è netta. Non ammette sfumature né mediazioni.

Una parabola feroce contro i «mezzi termini» del fare e dell’essere.

O col povero o dall’altra parte. Il piede in due scarpe non sta.

Pontificare su questo non si può.

Se non sono dalla parte del misero, gli sono distante un abisso.

Perdonate le poche parole, ma quando il Vangelo inchioda, non occorre aggiungere altro. […] Continua qui…

1Tratto da: I Vangeli di Rosanna Virgili, ed Ancora.

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