don Cristiano Mauri – Commento al Vangelo del 17 Marzo 2020

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Ascolto E Sguardo

Il commento al Vangelo del giorno di don Cristiano Mauri.

Pietro interroga Gesù – e si interroga – circa la misura da dare al perdono fraterno. Indicando il numero sette non intende quantificare precisamente le volte del perdono, piuttosto domanda al suo Maestro se deve praticare un perdono perfetto (7 = numero della perfezione). 

«Settanta volte sette» gli risponde Gesù, invitandolo così a perdonare senza porsi alcun limite. Pietro deve, cioè, praticare una misericordia massimamente perfetta, che non conosce condizioni né misure.

La risposta di Gesù ha carattere programmatico più che pratico, costituisce un vero e proprio programma di vita del discepolo. La parabola che segue lo dimostra e lo approfondisce. 

Nella sua parte simbolica, per gli ascoltatori di Gesù il racconto era di facile comprensione. Al re associavano immediatamente a Dio; l’immagine della “resa dei conti” era conosciuta come metafora del giudizio; il servo del padrone, quando questi era Dio, rimandava a idee di carattere religioso; il tema del debito aveva forti connotazioni religiose, richiamando direttamente il peccato.

L’enorme somma dovuta dal servo debitore (oggi parleremmo di svariati milioni) era comunque plausibile per un appaltatore delle imposte, un potente del regno, un ministro di altissimo livello. Ma l’enormità della cifra nel racconto ha un’altra funzione che quella di definire l’identità del personaggio.

Alla richiesta di una dilazione da parte del debitore con una promessa irrealistica di restituzione, il re risponde nel modo più inaspettato e irragionevole. Rimette il debito dalle dimensioni gigantesche di sua iniziativa, senza porre alcuna condizione, mosso solo dalla pietà.

La grandezza del gesto compiuto dal re è la prospettiva da cui la parabola ci fa assistere al prosieguo. Così, dall’alto di quella misericordia, l’animo del servo che fa gettare il compagno in cella per una somma misera (seicentomila volte inferiore a quella condonata) appare di una piccolezza sconcertante.

La dura reazione del re non stupisce certo, anzi, appare come la logica conseguenza, soprattutto in virtù delle parole con le quali commenta l’accaduto. Lo schiavo avrebbe dovuto imitare la misericordia del sovrano. Non averlo fatto è il segno che quella pietà non è stata realmente compresa, riconosciuta, apprezzata.

Il versetto finale chiarisce l’insegnamento della parabola richiamando ciò che già era stato insegnato nel Padre Nostro: l’esperienza della Misericordia di Dio cambia il cuore facendolo misericordioso, ma ciò appare vero solo nella disponibilità a perdonare senza condizioni il proprio fratello.

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Fonte: il sito di don Cristiano

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