don Antonio Savone – Commento al Vangelo del 29 Settembre 2020

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La festa degli Arcangeli narra di un Dio che vuole entrare in comunione con noi scegliendoci come suoi interlocutori ed amici. La festa degli Arcangeli, infatti, racconta di un cielo aperto e di un Dio che ci mette a parte della sua stessa vita, della possibilità di gioire della comunione con lui.

Questa comunione, tuttavia, è sempre minacciata, sempre a rischio. Per questo l’arcangelo Michele è posto a vigilanza e custodia perché nulla ci strappi mai da quel legame a noi offerto dal Signore.

Questa festa liturgica ci ricorda che la vita cristiana è una lotta: proprio perché si tratta di una vera e propria rinascita mai avvenuta una volta per tutte, porta con sé una dimensione di vero travaglio. Ci è forse spontaneo pregare? È forse a noi connaturale amare tutti, spontaneamente, fino a volere anche il bene di chi ci ha fatto del male, come ci ha insegnato Gesù? Chi di noi non patisce una vera e propria crisi nel misurarsi con certe pagine evangeliche?

Il cammino di sequela, il modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri, la stessa preghiera, non sono mai un punto di partenza pacifico e assodato una volta per tutte, ma piuttosto un punto di arrivo, il frutto di un cammino che spesso assume il volto della fatica in cui il primo dato con cui facciamo i conti è la convinzione che non ne valga la pena. Lottiamo con le realtà che troviamo dentro di noi, ancor più che con quelle che troviamo fuori di noi. Gesù non ha avuto remore a dirci con chiarezza che è ciò che sta dentro l’uomo a essere più pericoloso: “dal di dentro infatti cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultéri, avidità, malvagità, inganno…”. Imparare a guardarci dentro senza negare con mille stratagemmi i nostri meccanismi di difesa che nascono dalla paura di sentirci vulnerabili.

Non è possibile nessuna vita cristiana senza una lotta con queste “cose cattive”, come le chiama Gesù, che “vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (cf. Mc 7, 21-22). Insomma è dentro di noi che si manifesta una resistenza al bene, alla fiducia, alla fraternità, all’onestà. Il nostro stesso cuore è il luogo di questa lotta, ed è lì, nel nostro cuore, che Dio manda il suo angelo, il suo conforto, a lottare con noi, a renderci un po’ più forti e più liberi, capaci di quell’amore e di quella fede che superano le nostre capacità umane e permettono alla nostra esistenza di essere trasparenza della vita stessa di Dio.

Un serio percorso di liberazione dal male comincia col riconoscerlo presente in noi. È questo che, mediante la disillusione e l’abbandono di alcuni idoli, ci ridona il gusto della sincerità e di individuare su quali aspetti è necessario vigilare e mettersi all’opera.

 

Questa festa ci restituisce un po’ dello sguardo di Dio. In quel campo che è il nostro cuore abbiamo sempre a che fare con una sorta di parassita molto tenace che è il male. Ricordate la parabola della zizzania nel campo? A noi verrebbe da strapparlo, da reciderlo, ma il Signore lo impedisce finché il percorso non sia compiuto del tutto. A lui sta a cuore il buon grano: una sola spiga vale tutta la zizzania che pure possiamo ospitare dentro di noi. Cosa significa questo per noi? Un invito a guardare il bene e il bello di cui ciascuno di noi è portatore e operatore. Un invito a farlo fruttificare. A noi è richiesta una collaborazione fattiva perché il male non prevalga. Come? Provando anche noi a esercitare il ministero che svolgono gli angeli nei nostri confronti: il ministero del vero, del bene, del bello.

Chi è Gabriele? È l’angelo che porta la lieta notizia della nascita di un Salvatore. Di quali notizie io sono portatore? Sono capace di annunziare la lieta notizia di una vicinanza a chi patisce la fatica di non sperare più? Sono capace di mettere in luce il bene di cui i fratelli sono operatori?

Chi è Raffaele? È l’angelo a cui è affidato il compito di guarire. Sono pronto ad essere il segno di un Dio che avvicinandosi al fratello si fa carico della sua condizione? Mi sta a cuore la fragilità e la ferita dell’altro? Sono in grado di essere balsamo?

Chi è Michele? È l’angelo che difende l’unicità di Dio. Ma Dio ha davvero bisogno di essere difeso? Per rispondere a questa domanda vorrei richiamare un testo, tratto dal Diario di Etty Hillesum, una giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel novembre 1943. In una pagina del 12 luglio 1942 si legge questa preghiera della domenica mattina: “Mio Dio, questi sono tempi tanto angosciosi… Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini” (Diario, Milano 2006, p. 169).

Disseppellire Dio dal cuore devastato di altri uomini, non distruggerlo dentro di noi, riservare un piccolo pezzo di lui in noi: è il compito che a noi affida Michele in questa festa.

“L’uomo che accetta questa realtà e se ne compiace, trova in cuor suo la serenità. Dio esiste, ed è tutto. Qualunque cosa gli succeda, c’è Dio e la luce di Dio. Basta che Dio sia Dio” (E. Leclerc).


AUTORE: don Antonio Savone
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