don Antonio Savone – Commento al Vangelo del 27 Ottobre 2020

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Davvero la Parola del Signore non cessa mai di stupirci!

Quest’oggi ha da dirci qualcosa sullo stile stesso di Dio: un Dio che è rimasto alla stagione della semina, che è la stagione della speranza come pure della pazienza.

Che cosa intende esprimere il vangelo con questa strana terminologia “Regno di Dio”? Di solito, parlando di regno pensiamo ad un luogo, al territorio dove qualcuno regna. Tuttavia il termine greco che viene usato nel Vangelo sta ad indicare la regalità, il regnare di Dio. Regno significa un’azione potente di Dio che viene incontro all’uomo con i suoi problemi, con le sue sofferenze. E quando Dio compie questo intervento in favore dell’uomo, lo fa in maniera sovrabbondante, superando le nostre speranze e le nostre attese, tanto che ad un certo punto il Regno si può identificare a buon diritto con Gesù stesso che è la manifestazione piena della tenerezza di Dio nei confronti dell’umanità.

Nel vangelo di Luca, le due parabole narrateci oggi da Gesù, sono collocate nel contesto del grande viaggio di Gesù a Gerusalemme e sono poste come conclusione di un insegnamento di Gesù nella sinagoga, dove Gesù viene contestato per aver operato una guarigione in giorno di Sabato. La domanda sul Regno è in realtà la domanda su Gesù:           a che cosa posso paragonare il ministero di Gesù?

E’ come se Gesù volesse infondere coraggio di fronte all’insuccesso cui sta andando incontro, a Gerusalemme: come a dire: non temete, perché la piccolezza, la modestia degli inizi non pregiudica la riuscita dell’opera di Dio, anzi ne è il contrassegno e il presupposto più necessario.

Il Regno, perciò, comincia senza che alcuno se ne accorga: Dio viene sulla terra come un seme, un fermento, un minuscolo germoglio. Trasforma la realtà dal di dentro: per far vivere, occorre sparire, per far fermentare occorre perdersi in mezzo alla massa della farina. L’efficacia, l’influenza, vengono garantiti dalla piccolezza, non dalla potenza dei mezzi dispiegati, o dalla quantità, dal numero. Lo stesso granello di senape che diventa albero è importante non perché  si imponga all’attenzione per la sua grandezza ma perché fa vivere gli uccelli del cielo: è certamente visibile, ma non si tratta di una visibilità destinata all’ammirazione quanto all’utilità altrui.

Molto spesso ci illudiamo che Dio voglia chissà che cosa da noi. Non abbiamo ancora imparato che Lui, per realizzare cose grandi, si serve non di chissà che cosa, ma di cose da niente: un po’ di modestia, di non appariscenza, di trasparenza, di fanciullezza. Se è vero che Dio crea dal nulla volete che non possa operare a partire dal poco.

Se pretendessimo fare il punto della situazione del Regno, se volessimo catalogare accuratamente gli insuccessi, i progressi, i regressi, i ritardi del Regno, noi rischieremmo di fare il lamento funebre quando invece c’è da gioire, esultare, e viceversa. Col Regno, se pretendiamo ragionare a partire dal nostro modo di vedere, rischiamo di sbagliare atteggiamento. Con le nostre analisi, finiremmo per scrivere la storia alla rovescia: che cosa scriveresti, infatti, umanamente, di fronte alla Croce, se non che è un colossale insuccesso, un immane fallimento? Eppure Dio scrive la storia in modo completamente diverso!

Proprio perché di per sé il Regno si presenta come qualcosa di trascurabile è carico di significato.

Proprio perché poco appariscente, è presente e operante.

Proprio perché senza troppa influenza, è determinante.

Proprio perché ha un seguito ridotto al minimo, ha la capacità di smuovere ogni cosa.

Proprio perché superfluo, è necessario.

L’umiltà della situazione non deve divenire motivo di trascuratezza e di rifiuto, perché trascurando cose che sembrano senza importanza, si corre il rischio di perdere l’occasione unica dell’incontro con il Signore. Trascurando la quotidianità, perdi l’appuntamento con il Regno.

Forse, anche noi dobbiamo imparare che Dio giunge da un’altra parte, e qualche volta, si fida persino di persone o di situazioni che noi volentieri definiremmo come non degne di nota.


AUTORE: don Antonio Savone
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