don Antonio Savone – Commento al Vangelo del 23 Novembre 2020

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Quando la vita diventa una recita e Dio è usato solo come copertura per il proprio bisogno di essere riconosciuti…

Me lo immagino il Signore Gesù mentre, seduto nel cortile delle donne, fissa il suo sguardo su uomini che hanno scelto di equipararsi a comparse, a maschere, uomini condizionati da due tarli che mietono non poche vittime: il tarlo dell’autogratificazione e quello del riconoscimento. Sotto i suoi occhi, una vera e propria “fiera delle vanità” in cui i colori del sacro sono presi a prestito per ii proprio bisogno di pavoneggiarsi. Gente che ha fatto del religioso l’ambito nel quale vedere appagato il proprio consenso e il proprio bisogno di stima, e del rapporto con i meno abbienti l’ambito da sopraffare per soddisfare il proprio bisogno di accumulo. Della serie: più sono in vista più sono qualcuno. E così la vita, i rapporti, gli impegni, i legami, la fede, diventano solo occasioni per ricevere applausi. Una vita vanagloriosa, mai sazia del pedaggio pagato dallo sguardo altrui.

Jean-Paul Sartre, nella sua autobiografia, usa una frase feroce per definire l’atteggiamento religioso di suo nonno: “Mio nonno era un attore troppo bravo per non aver bisogno di un Grande Spettatore che chiamava Dio”. Dio e gli altri considerati spettatori plaudenti di un copione da recitare, come se il gioco possa essere eterno.

Tuttavia, secondo quell’acuto osservatore appostato nel cortile del tempio, ciò che conta è stare sotto lo sguardo di Dio senza cercare l’approvazione degli uomini. A suo dire, non sempre il tutto coincide con il tanto. Stando a quanto incarna l’anonima vedova del vangelo è il poco a decidere per il tutto.

Lo sguardo di Gesù consegna ben altro maestro verso cui affrettare i nostri passi. Difficilmente faremmo salire in cattedra una che si espropria dell’indispensabile. Un simile gesto verrebbe da noi  giudicato quantomeno avventato.

Inoltre, siamo fin troppo convinti che la validità del messaggio di una persona e la sua plausibilità, siano legati alla capacità di successo riscosso in quegli ambiti che oggi sono così determinanti per il vivere sociale. Cos’avrebbe mai da insegnarci la spregiudicatezza di una donna che non ha riservato per la sua sopravvivenza, neppure la metà di quanto aveva scelto di donare? Il suo è solo il gesto di una sprovveduta: così giudica il nostro atteggiamento previdente. In un tempo di crisi, ognuno deve mettere al sicuro il poco di cui dispone.

Tuttavia, facendo salire in cattedra questa donna, Gesù evidenzia qualcosa di più profondo e di molto più serio: il rapporto col denaro e con i beni in generale, infatti, è una delle spie per comprendere il proprio rapporto con Dio. Il rapporto con i beni manifesta ciò su cui abbiamo inteso poggiare la stabilità del nostro vivere. Che cosa dà consistenza alle tue giornate? Qual è la vera ricchezza? Che cosa resta di ciò che hai accumulato?

Da dove nasce il gesto della vedova che, prima ancora che essere un atto di carità, è un atto di fede? Esso non ha altro retroterra se non nella consapevolezza che tutto quello che si possiede e tutto quello che si è, viene da Dio. Che cosa sei capace di condividere: te stesso o scampoli di te? La vedova insegna a noi cosa significhi fidarsi di Dio senza pretendere alcuna garanzia.

Cosa significa per noi partecipare a quello che qualcuno definisce il “marketing del superfluo” (Zanchi) oggi molto in voga? Perché partecipo a giornate di solidarietà o a iniziative benefiche? Quanto c’è di interesse personale in certo darmi da fare? Quanto sono ancora disposto a mettermi in gioco fino in fondo, qualora nessuno dovesse registrare e tenere conto di una mia partecipazione? Quanto volontariato finalizzato anzitutto a un proprio ben-essere! Che cosa rappresenta per te ciò di cui hai scelto di fare dono?

Il gesto della vedova sarebbe rimasto anonimo se Gesù non lo avesse registrato. Questo ci fa ritenere che ciò che nel nascondimento riesci a condividere con qualcuno più bisognoso di te, ha seme di eternità molto più di quanto hai potuto ostentare in una iniziativa pubblica di solidarietà.

Il dono di chi condivide solo dopo aver assicurato la propria sussistenza non immette nessun germe di cambiamento nelle dinamiche asfittiche delle nostre relazioni. Quante volte abbiamo donato facendo pesare all’altro ciò che avevamo condiviso!

Il momento di crisi che stiamo vivendo rischia di essere attraversato solo secondo logiche previdenziali, come se tutto sia esclusivamente nelle nostre mani e noi fossimo i padroni indiscussi del nostro futuro. Chi di noi riesce ancora ad esprimere fiducia in quel Dio che come provvede ai gigli del campo, avrà cura di dispensare il necessario anche sulla nostra mensa?


AUTORE: don Antonio SavoneFONTE CANALE YOUTUBETELEGRAM